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Tutti gli uomini del candidato Trump che Mueller sta inseguendo

Mattia Ferraresi

Il cerchio si stringe intorno a Flynn. Lo special counsel cerca di neutralizzare la linea trumpiana del "erano pesci piccoli"

New York. Durante il fine settimana la Nbc ha scritto che Robert Mueller, il procuratore speciale che indaga sui rapporti fra il ramificato universo di Donald Trump e il Cremlino, ha in mano abbastanza prove per incriminare Michael Flynn, l’ex generale che ha intrattenuto rapporti con la Russia durante la campagna elettorale e poi è diventato il consigliere per la Sicurezza nazionale meno longevo della storia, con una durata di soli 24 giorni. I legali di Flynn e del figlio, che porta lo stesso nome del padre e lavorava nell’agenzia di lobbying di famiglia, non commentano la notizia, ma l’intensificarsi delle voci su nuove incriminazioni dopo quelle di Paul Manafort e Rick Gates, accompagnate dal patteggiamento (con accordo) dell’ex consigliere George Papadopolous, indica che la procura speciale si sta muovendo a grandi falcate in questa nuova fase dell’inchiesta. Che il cerchio si stia stringendo attorno a Flynn, che è al centro della collusione russa da quando si intratteneva, nel 2015, in una famosa cena moscovita accanto a Putin, dimostrerebbe anche che Mueller sta procedendo nell’inchiesta per cerchi concentrici. Il primo round di arresti – ieri sono stati confermati i domiciliari con braccialetto elettronico per Manafort e Gates – si è concentrato sull’immenso giro di affari illeciti intorno a un faccendiere globale poi promosso a capo della campagna elettorale, e uno degli effetti, forse il più efficace, di questa incriminazione è stato mostrare a tutti gli attori coinvolti nel caso che Mueller sta agendo in modo meticoloso e nessun collegamento, diretto o indiretto, con la collusione russa cade al di fuori della sua ampia giurisdizione. E il messaggio è soprattutto indirizzato a potenziali collaboratori di giustizia.

 

Incrociando le varie ricostruzioni dell’intricato romanzo della collusione russa, vengono fuori almeno nove punti di collegamento fra l’universo di Trump e il governo russo, accoppiati a una dozzina di intermediari accreditati a vario titolo presso la corte di Putin. Il presidente ha minimizzato l’importanza, nel contesto della campagna, di quelli che si sono innegabilmente prodigati per intessere relazioni con il Cremlino: a dire di Trump, Papadopolous era un “volontario di basso livello” che non agiva su mandato dei leader della campagna; Carter Page, consigliere e consulente dell’energia che nel 2016 ha incontrato almeno un funzionario del governo russo, è stato declassato a “membro ininfluente” che agiva per conto proprio, mentre quando pesci più grossi si sono trovati impigliati nelle maglie della rete russa, come il figlio Donald Trump Jr. e Jared Kushner nel famoso incontro con l’avvocatessa Natalia Veselnitskaya, è stato il contenuto dei contatti a essere minimizzato: “Non è successo nulla in quel meeting”. La linea difensiva del presidente consiste nel sostenere che nel vasto e variegato mondo degli affiliati al carro trumpiano, alcuni attori indipendenti brigavano per creare relazioni sulla Russia, e se occasionalmente sono stati legittimati da chi aveva davvero la responsabilità sulla campagna si è trattato di errori senza uno schema colposo. Gli avvocati della Casa Bianca sanno bene che la collusione, in senso stretto, non è sufficiente per incriminare: lo special counsel deve dimostrare che il coordinamento è stato messo in pratica per commettere dei reati.

 

I movimenti giudiziari di questa fase indicano che il team di Mueller sta invece indagando i movimenti di ogni persona implicata, non importa quanto periferica o ininfluente nella catena del decision making trumpiano, per mettere in crisi l’idea che si tratti di tessere di un mosaico fra loro sconnesse. In questo senso, non è strano che si parta da reati all’apparenza scollegati dalla vicenda, come le truffe il giro di riciclaggio di Manafort. Alla valutazione dei nove punti di collegamento fra Trump e il Cremlino va aggiunta poi la valutazione dei russi, posto che Mosca ha proiettato la sua influenza sulle elezioni americane al di là di ogni ragionevole dubbio. Diversi esperti ritengono che agganciare operativi di basso livello, proni alla manipolazione e desiderosi di mettersi in mostra con i propri capi, sia una strategia collaudata del Cremlino per mascherare una collusione criminale come iniziativa di pedine indipendenti. “C’è troppo fumo perché non ci sia un fuoco”, ha detto Steve Hall, ex agente della Cia che ha lavorato per decenni nell’orbita dei rapporti con la Russia.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.