Kafka in Catalogna

Puigdemont era pronto a elezioni, ma poi tutto è crollato. Venerdì potrebbero arrivare articolo 155 e indipendenza

Eugenio Cau

Email:

cau@ilfoglio.it

Kafka in Catalogna

Carles Puigdemont (foto LaPresse)

Roma. “Nemmeno il ‘Processo’ di Kafka era kafkiano come il ‘proceso’ di Puigdemont”, ha detto giovedì Inés Arrimadas, capo dell’opposizione nel Parlamento della Catalogna e leader locale di Ciudadanos, mentre si concludeva una delle giornate più folli dell’ultimo mese, in cui la crisi catalana è stata a tanto così da un momento di svolta, per poi ripiombare nel caos che ci è già noto. Tutto è iniziato giovedì mattina, quando al Palau de la Generalitat, la sede del governo catalano, il presidente Carles Puigdemont sembrava aver preso una decisione, dopo una riunione che era iniziata la sera del giorno prima e praticamente mai conclusa: indiremo nuove elezioni in Catalogna prima che lo possa fare Mariano Rajoy da Madrid, e scongiureremo l’applicazione dell’articolo 155. La mossa era strategica e astuta: era il primo segnale di apertura reale e unilaterale e spaccava il fronte unionista a Madrid, con il Partito socialista già pronto a dire che davanti alla buona volontà del “president” il 155 si sarebbe anche potuto bloccare. Tutto era pronto per un discorso storico in cui Puigdemont avrebbe fatto il grande annuncio, ma poi è successo qualcosa. Il discorso previsto per le 13.30 è stato ritardato, poi rimandato, infine annullato, e quando Puigdemont è riapparso davanti ai giornalisti alle 17 tutto è cambiato: niente elezioni, “non abbiamo ricevuto garanzie sufficienti da Madrid”, il gran gesto di mediazione non si può fare. Puigdemont ha poi aggiunto una postilla: “Spetta al Parlament decidere come reagire all’applicazione del 155”. Questo significa che, al netto di altre possibili ed estenuanti sorprese, venerdì a Barcellona si proverà a dichiarare l’indipendenza per davvero. 

  

Lluís Corominas, presidente di Junts pel Sí, la coalizione indipendentista al governo della Catalogna, ha detto che oggi le forze secessioniste intendono proporre una dichiarazione di indipendenza formale, anche se non è chiaro se ci sarà una mozione votata dal Parlament (potrebbe essere un rischio per gli indipendentisti, viste le molte defezioni tra i membri più moderati della maggioranza) o attraverso una dichiarazione semplice senza che il legislativo si esprima. In ogni caso, il quadro potrebbe essere questo: a Madrid, la camera alta del Parlamiento, il Senato, dovrebbe approvare entro il primo pomeriggio le misure proposte dal governo per l’articolo 155, e dare a Rajoy il potere quasi illimitato di agire contro le istituzioni catalane. Contemporaneamente, a Barcellona, il Parlament potrebbe trovare il modo di dichiarare l’indipendenza: crisi sincronica.
C’è ancora qualche possibilità di bloccare in extremis 155 e Dui (dichiarazione unilaterale di indipendenza), ma ormai sembrano remote. Fino all’ultimo, il Partito socialista si è detto disponibile a fermare l’applicazione dell’articolo costituzionale se Puigdemont dovesse decidersi ad applicare nuove elezioni, ma questa posizione non è condivisa dal governo. Come ha detto Cristina Cifuentes, governatrice della regione di Madrid e presidente del Partito popolare, “non applichiamo il 155 per indire nuove elezioni, ma per ristabilire la legalità”, come a dire: ormai è troppo tardi, la macchina della destituzione del “govern” è stata messa in moto. Dall’altro lato, le stesse tensioni interne all’amministrazione catalana che giovedì hanno portato Puigdemont a un passo dalle elezioni rimangono ancora attive. La parte più intransigente dello schieramento indipendentista, formato dalla sinistra estrema della Cup e dal centrosinistra di Erc (giovedì diversi esponenti di entrambi i partiti hanno dato a Puigdemont di “traditore” e “giuda” alla notizia delle possibili elezioni, per poi ritirare tutto all’ennesima giravolta), è contrastata da elementi moderati del Partido demócrata europeo catalán, la formazione cui appartiene lo stesso Puigdemont, che giovedì in conferenza stampa ha detto: sono stati tantissimi a chiedermi di indire nuove elezioni.
Soluzioni difficili o impossibili

 

Come si risolve questo pasticcio? Un passo importante ci sarebbe se una delle due parti in gioco facesse un gesto di distensione unilaterale, ma l’opportunità migliore in questo senso si è sprecata giovedì. Se Puigdemont avesse davvero sciolto il Parlament e indetto nuove elezioni, Rajoy si sarebbe trovato in una posizione di oggettivo imbarazzo continuando a infierire su di un avversario che chiede tregua. Arrivare al 155 e alla Dui significa portare il conflitto al di là di ogni possibile risoluzione concordata. Una volta ottenuta l’approvazione del Senato, il governo di Madrid potrebbe anche decidere di non applicare immediatamente il 155 sul campo, esautorando esecutivo e Parlamento catalani e procedendo con la sospensione di fatto dell’autonomia, ma è vero che i giornali spagnoli riportano che i consiglieri di Rajoy si stanno facendo domande estreme, ad esempio: cosa facciamo se Puigdemont si trincera nel suo Palau? Lo tiriamo fuori con la forza? (Risposta: meglio lasciarlo lì, esautorato). Ci sono piani precisi per prendere il controllo delle telecomunicazioni e dei Mossos, la polizia catalana, e il tutto assume così una tinta erdoganiana. Un’applicazione “soft” del 155 è ancora possibile e consigliabile, ma in caso contrario la soluzione rischia di essere il ripristino della legalità in Catalogna al costo della rottura definitiva del patto sociale tra Madrid e i cittadini catalani. A quel punto, forzare nuove elezioni non servirà più a molto.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi