Liberia al voto. Si sfidano venti candidati, tra cui George Weah – e la sua ex

Il paese deve scegliere il nuovo presidente, tra disillusione e ombre del passato. Dopo due mandati si chiude l’era di Sirleaf, la prima presidente donna di uno stato africano, che nonostante il Nobel per la pace lascia un’eredità in chiaroscuro

Liberia al voto. Si sfidano venti candidati, tra cui George Weah – e la sua ex

Elezioni in Liberia, George Weah ci riprova (foto LaPresse)

Milano. Qualunque ne sarà l’esito, l’elezione presidenziale che si svolge oggi in Liberia – assieme a quella per il rinnovo del Parlamento – segnerà uno spartiacque nella storia del piccolo paese dell’Africa occidentale: se tutto andrà come previsto, per la prima volta dalla fine della sanguinosa guerra civile combattuta in due ondate tra il 1989 e il 2003 – con un bilancio complessivo di oltre duecentocinquantamila morti – il passaggio dei poteri tra la presidente uscente e quello eletto si svolgerà senza violenze, circostanza di cui quasi nessun liberiano ha memoria.

   

A trasmettere le consegne al nuovo capo dello Stato, il prossimo gennaio, sarà Ellen Johnson Sirleaf, la prima donna presidente di un paese africano, che dopo due mandati di sei anni non può più ricandidarsi. Assieme all’attivista Lymah Gbowee e alla giornalista yemenita Tawakkol Karman, Sirleaf nel 2011 ha vinto il premio Nobel per la pace, per la “lotta non violenta per la sicurezza e i diritti delle donne”: tuttavia, il bilancio del suo periodo alla testa della Liberia rimane in chiaroscuro – anche sul tema del miglioramento delle condizioni femminili.

  

Assieme al meritorio avvio del processo di riconciliazione nazionale, infatti, la presidenza Sirleaf lascia dietro di sé molti problemi da affrontare. Rispetto al 2005 la Liberia ha senz’altro fatto dei passi avanti, ma rimane un paese arretrato (la maggioranza dei 4,5 milioni di abitanti vive con meno di 2 dollari al giorno, e la metà è analfabeta), afflitto da un’altissima disoccupazione e da una corruzione endemica: fenomeno favorito da un sistema in cui il potere del governo, che nomina tra l’altro i governatori locali e i giudici, è molto esteso. Alcuni episodi di malaffare hanno coinvolto anche importanti esponenti del partito di Sirleaf, l’Union Party (UP), e lei stessa è stata accusata di nepotismo per aver affidato ai tre figli importanti ruoli nel governo.

  

 

Fu proprio la diffidenza dei cittadini nei confronti dell’esecutivo che nel 2014, quando il paese fu colpito da una grave epidemia di Ebola, agevolò la diffusione del virus, aggravando le conseguenze del contagio. Quel periodo, ha detto di recente Sirleaf, rimane il peggiore del suo doppio mandato: “La Liberia – ha però spiegato la presidente all’ultima assemblea generale delle Nazioni Unite, illustrando come il suo governo ha riformato i servizi di sicurezza – è rimasta stabile, sicura e pacificata”.

  

Parole confermate dallo svolgimento della campagna elettorale, durante la quale non ci sono stati episodi di violenza: secondo Dan Saryee, ex direttore del Liberia Democracy Institute, “i liberiani hanno voluto che la campagna fosse tranquilla”, nonostante siano presenti “molti dei fattori sociali che in altri paesi hanno scatenato delle crisi”. I cittadini che si sono registrati sulle liste elettorali sono due milioni e duecentomila, circa due terzi degli aventi diritto, e moltissimi voteranno per la prima volta.

  

La scelta del futuro del paese passa però dal passato recente: sono pochi i liberiani usciti senza macchie dal periodo della guerra civile, e ciò vale anche per i venti candidati alla presidenza. Tra gli sfidanti dell’attuale vicepresidente Joseph Boakay, che l’UP ha designato come successore di Sirleaf, c’è infatti anche Prince Johnson: un ex signore della guerra celebre per aver dato l’ordine, nel 1990, di uccidere l’allora presidente Samuel Doe – di cui prima era stato alleato. Un video ancora reperibile in rete mostra Johnson – che alle elezioni del 2011 arrivò terzo – sorseggiare una birra mentre ordina a un membro della sua milizia di tagliare le orecchie di Doe.

  

Molti degli altri candidati, invece, hanno avuto stretti rapporti con Charles Taylor: presidente tra il 1997 e il 2003, e in precedenza uno dei warlord che scatenò la seconda ondata della guerra civile, Taylor sta scontando la condanna a cinquant’anni per crimini contro l’umanità che gli ha inflitto un tribunale speciale delle Nazioni Unite. Jewel Howard Taylor, la sua ex moglie, è la candidata alla vicepresidenza del Congress for Democratic Change (CDC), in ticket con l’ex calciatore del Milan George Weah, e propone un ritorno all’“agenda” di Taylor.

  

Weah si presenta come “il candidato del cambiamento”: uno slogan che però è utilizzato con parole quasi identiche dalla maggior parte dei suoi rivali – tra cui l’ex moglie di Weah, MacDella Cooper, unica donna in lizza – e che segnala come in queste elezioni a contare siano non tanto i programmi o l’appartenenza politica, quanto la storia personale dei candidati. Nonostante la sua scarsa partecipazione ai lavori parlamentari – da quando è diventato senatore, due anni fa, non ha presentato nessun disegno di legge – Weah è apprezzato soprattutto dai giovani, delusi dalla politica e dalla mancanza di prospettive, e viene visto come un benefattore estraneo alla corruzione.

  

Il rapporto dell’ex giocatore con i Taylor, però, ha suscitato molti dubbi, e il forte sospetto di interferenze dell’ex presidente nella campagna elettorale: Weah ha sempre negato, sostenendo di essersi candidato con Howard Taylor perché “il popolo la ama, lei era la madre della nazione”. Secondo i sondaggi, l’ex attaccante resta il favorito. Di sicuro, però, non sarà in grado di raggiungere la maggioranza assoluta dei votanti necessaria per vincere al primo turno: lo scenario più accreditato è quello di un ballottaggio tra lui e Boakay, che dovrebbe svolgersi all’inizio di novembre, dopo che il 25 ottobre verranno annunciati i risultati ufficiali del primo turno.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi