C’è un leone liberale nel discorso di Boris, ubbidiente per un giorno

Sul palco della conferenza dei Tory a Manchester il ministro degli Esteri inglese è stato lontano dalle polemiche, ha citato amici e parenti, e ha attaccato chi non crede nella possibilità del paese di essere leader del mondo

3 Ottobre 2017 alle 18:16

C’è un leone liberale nel discorso di Boris, ubbidiente per un giorno

Boris Johnson (foto LaPresse)

Milano. I giorni migliori per Boris Johnson sono quelli in cui si parla di lui, ed è per questo che la conferenza dei Tory a Manchester è stata una festa. Sul palco, il ministro degli Esteri inglese è stato lontano dalle polemiche, ha citato amici e parenti, ha sottolineato che Theresa May “ha vinto le elezioni”, e ha attaccato chi parla male del Regno Unito – “quel giornale rosa”, tanto per cominciare – e chi crede che la possibilità del paese di essere leader del mondo è fortemente esagerata. Stamattina il discorso era già passato alla storia con il titolo “Let the lion roar” (qui il testo integrale in inglese), facciamo ruggire il leone, ma nel pomeriggio era stato ridimensionato a un più normale “Winning the future”, anche se le ultime parole di Johnson, prima della standing ovation finale, sono state proprio quelle del leone.

 

Se Johnson con le sue uscite e smentite, con i suoi capricci e le sue trame, non tenesse in ostaggio la politica del governo conservatore, il suo sarebbe stato un discorso da premier: ottimista, liberale, aperto al mondo, desideroso di usare il potenziale inglese per migliorare la vita dei cittadini del Regno e anche di quelli che abitano altrove. Ma il premier è un altro; ma Johnson non fa che attentare alla leadership del premier; ma Johnson non sopporta gli europei e i negoziati e il compromesso. Così ogni cosa, anche il ruggito del leone (leone che è anche simbolo dell’Ukip indipendentista), diventa un pretesto per parlare di divisioni, faide, spaccature – e il risultato complessivo è un Partito conservatore ripiegato su se stesso, incattivito.

 

La Brexit di Johnson

Siamo a Manchester, ascoltiamo gli Oasis invece che star dietro alle liti (sempre uguali) della famiglia Tory

 

 

Il ministro degli Esteri inglese è sulla bocca di tutti, più si dice: basta parlare di lui, più ci si incaponisce: sarà licenziato?, si dimetterà?, resterà come se nulla fosse? Stamattina la premier May, che non vuole licenziare il suo riottoso ministro perché è convinta che dentro al governo sia comunque meno pericoloso che fuori, ha rilasciato una serie di interviste, talmente tante che sembrava che volesse proprio oscurare Johnson. La May ha detto: non ci sono “yes men” nel mio esecutivo, i leader forti si vedono dalla capacità di coniugare idee e personalità diverse. Tradotto: tutti mi chiedete di licenziare Boris, io non voglio farlo. Un suo collaboratore anonimo ha detto in modo un po’ più preciso al Times: dobbiamo impedire che Johnson diventi “un martire”, “ci sono molti modi per far male a qualcuno, molti modi diversi per ottenere il risultato che si vuole”.

 

Ci sarà un piano sofisticato forse, ma intanto gli astri si sono allineati di nuovo dalla parte di Boris Johnson: poco prima che il ministro salisse sul palco di Manchester, attesissimo e applauditissimo, a Strasburgo il Parlamento europeo lanciava la sua sentenza sul negoziato Brexit: i progressi non sono sufficienti, gli inglesi – quindi la May – non hanno le idee chiare e non si riesce ad andare avanti in modo ordinato. Tutto quel che va contro la May va, in questi calcoli strampalati che ormai tengono in apnea la politica britannica, a favore di un’alternativa, cioè a favore di Johnson, che domenica aveva dettato al Sun alcune “linee rosse” sulla visione Brexit non in linea con quanto dichiarato a Firenze dalla May. Che questo sia un gioco suicida è ben chiaro ai conservatori che stanno facendo di tutto per togliere di mezzo il ministro rubascena e per parlare di qualcosa di diverso dalla Brexit – i risultati sono scarsi. Johnson si è tenuto lontano da linee rosse e dettagli sul futuro della Brexit: il discorso del leone era pensato per portare un po’ di pace, il monello che per un giorno – il suo giorno – diventa ubbidiente. Il grande merito del ministro, non da ieri, è quello di “fare sentir bene i conservatori”, dice Robert Hutton di Bloomberg Businessweek: è bello essere un Tory, questo dice Boris, “e in questa settimana di conferenza questa consapevolezza non ce l’hanno in molti”. Poi si torna al business as usual, lotte di potere e scontri ideologici: perdonarsi, per i conservatori, è diventato difficile, anche nei giorni buoni.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi