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Mélenchon fa l'oppositore totale a Macron

Scomparso il Ps, l’insoumis fomenta la piazza (e difende il nazionalismo)

1 Ottobre 2017 alle 06:18

Mélenchon fa l'oppositore totale a Macron

Jean-Luc Mélenchon (foto LaPresse)

Roma. La democrazia della contestazione e della piazza. E’ questa la scommessa di Jean-Luc Mélenchon, tribuno della sinistra radicale che ha deciso di portare l’opposizione al di fuori delle istituzioni. Sabato scorso ha parlato in piazza davanti a migliaia di persone contro il “colpo di stato sociale” del presidente, elogiando la “rue”. Il leader della France insoumise, quarto al primo turno delle presidenziali con il 19,5 per cento, è ormai il principale avversario di Macron. Vuole rappresentare gli arrabbiati, questo uomo di 66 anni, ex trotzkista, ex socialista, già ministro con Jospin e senatore. Un prodotto del “vieux monde”, con il suo lessico ottocentesco, le citazioni di Zola e dei rivoluzionari della Comune, a suo agio con YouTube, dov’è il primo politico francese per iscritti. Un fenomeno franco- français, direbbero a Parigi. Mélenchon è stato capace di cogliere la voglia di protesta di una parte della società francese, il sentimento contrario a qualunque riforma che renda più flessibile un paese rigidissimo, la diffidenza verso la globalizzazione. La gauche in questo momento è un disastro, il Partito socialista in crisi tale da essere costretto a vendere la sede storica di Rue Solférino e i due candidati finalisti alle primarie di gennaio che hanno lasciato il partito. Benoît Hamon sabato scorso ha fatto capolino in piazza, timido, nascosto dietro a Mélenchon; Manuel Valls è stato rieletto in modo rocambolesco in Parlamento, ma per il momento ha fatto parlare di sé solo per il nuovo pizzetto brizzolato. La France insoumise ha soltanto 20 deputati all’Assemblea nazionale, ma una prateria per diventare l’unico movimento opposto a Macron.

 

La voglia di essere il leader della contestazione era tale, già al ballottaggio delle presidenziali, che Mélenchon non chiese di votare per Macron contro il progetto lepenista, ma si rifugiò in una posizione equidistante. Pronto a raccogliere i frutti della disfatta del Front, come ha fatto la settimana scorsa dopo le dimissioni di Florian Philippot, ex braccio destro di Marine Le Pen che ha lasciato il partito, Mélenchon ha invitato i “fâchés mais pas fachos”, gli arrabbiati non fascisti, a raggiungere il suo movimento.

 

L’analisi del tribuno è chiara: Emmanuel Macron è presidente in un paese non liberale; il suo è un voto per difetto, non di adesione. La Francia l’ha votato grazie a una serie di combinazioni fortuite ma non ne è stata sedotta; lo abbandonerà presto. Le proteste sono quindi una prima tappa nel lungo cammino che condurrà gli insoumis all’Eliseo nel 2022. Il problema, per le velleità presidenziali dell’estrema sinistra, è simile a quello che perseguita da sempre il Front national. La Francia non sarà liberale, forse è vero, ed è spesso sedotta dalla piazza, ma poi sceglie le proposte di governo. Quale proposta rappresenta Mélenchon? La rivoluzione bolivariana più volte esaltata dal leader può portare migliaia di persone in piazza, ma diventa un ostacolo quando si cerca il potere. E poi il ragionamento vale anche al contrario: non tutti i francesi che hanno votato insoumis erano convinti militanti. C’è chi ha scelto Mélenchon deluso dai socialisti, chi era troppo spaventato dal Front national per votare estrema destra e chi, ancora, voleva soltanto esprimere un voto di protesta. Protesta che sembra l’unica chiave che, per adesso, tiene insieme il popolo di Mélenchon, subito pronto martedì sera a fustigare il discorso europeista di Macron con toni lepenisti: “La sua è un’Europa della difesa aggressiva, votata al mercato unico dove la Francia abbandona la sua industria, la sua scuola, la sua indipendenza”. A Claude Askolovitch, che ne ha scritto un lungo ritratto sull’Obs quest’estate, ha detto: “Ho avuto successo nella mia vita, il socialismo rivoluzionario vive ancora”. Difficile che questo basti a rappresentare l’alternativa di governo a Macron. Che infatti, dicono, sorride e incoraggia la contrapposizione.

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