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Piccoli governi e Grandi coalizioni. Ricette liberali per riformare l'Ue

La faccia del quarto governo Merkel, la crisi catalana, l'effetto-Firenze sulla Brexit. Intervista al presidente dell'Alde

23 Settembre 2017 alle 06:21

Piccoli governi e Grandi coalizioni. Ricette liberali per riformare l'Ue

Hans van Baalen

Roma. Nel giro di pochi giorni – basta arrivare all’inizio di ottobre – i cittadini europei scopriranno se la ventata di ottimismo iniziata con le elezioni francesi è stata un miraggio o se davvero in Europa si sta aprendo una stagione di riforme capaci di bloccare l’avanzata populista e coalizioni nazionali pronte a seguire ricette di ragionevolezza e crescita. Tutto dipende da una serie di variabili che devono andare a posto in pochi giorni: che aspetto avrà il prossimo governo Merkel e quale sarà il risultato dei populisti di AfD, quanto la Spagna uscirà scossa dall’ordalia separatista catalana (e in quanti pezzi si frantumerà la sua regione più ricca), quali saranno le prossime mosse di Theresa May nel post Firenze. “Il sentimento europeista continuerà con le elezioni in Germania. E’ dalla Seconda guerra mondiale che i tedeschi sanno che non si può andare da soli, che c’è bisogno di integrazione, e anche l’AfD farà un risultato peggiore delle aspettative. Entrerà nel Bundestag, ma non raggiungerà nemmeno il 10 per cento”, dice al Foglio Hans van Baalen, politico liberale olandese e presidente dell’Alde, Alleanza dei liberali e dei democratici per l’Europa. Van Baalen in questo momento gode di un osservatorio politico interessante, non solo per la sua posizione in Europa. In Olanda, a sei mesi dalle elezioni, i partiti ancora non hanno trovato un accordo per formare il governo, ma l’economia del paese va a gonfie vele, con una crescita del pil prevista quest’anno sopra al 3 per cento, grazie alle riforme fatte in precedenza che hanno consentito alla politica di mettere il pilota automatico. E quando un governo si farà all’Aia, la soluzione è già nota: un’ampia coalizione.  

 

“Con poche eccezioni, per esempio l’Ungheria, ormai non ci sono più partiti di maggioranza in Europa. Perfino la République en marche!, il partito del presidente francese Macron, è in un certo senso una coalizione di varie parti della società. Con la fine dei grandi partiti di massa, ora che i leader devono riguadagnarsi il voto a ogni elezione, la coalizione è diventata una forma di governo normale”, dice van Baalen, e questo sembra tutt’altro che un male. “Spero che dopo le elezioni tedesche Merkel e Macron trovino un modo per collaborare insieme per rimettere l’Europa sui giusti binari”. Questo significa fare le riforme, ma gestire anzitutto la questione dell’uscita del Regno Unito dall’Ue. A Firenze il premier britannico Theresa May ha fatto alcune concessioni positive (vedi editoriale a pagina tre), ma per quanto si sia presentata all’appuntamento leggermente rafforzata dopo le polemiche interne degli scorsi giorni, con il ministro degli Esteri Boris Johnson che imperversava, la sua posizione rimane ancora troppo debole per rappresentare un interlocutore credibile nel negoziato più importante della storia recente d’Europa. “Dopo aver quasi perso le elezioni politiche, Theresa May è priva del mandato per governare – commenta van Baalen – e dovrebbe riportare gli inglesi alle urne. E forse, a quel punto, il risultato potrebbe essere molto più pro Europa di quello che si crede. I cittadini britannici hanno capito tutti i danni che ha provocato la Brexit”.

 

Il fatto è che il sentimento europeista che percorre il continente si è formato anche nel contrasto con esempi negativi. I cattivi effetti della Brexit sono lo spauracchio principale, ma presto potrebbe aggiungersi a esso il pasticcio catalano. L’Alde ha ospitato tra i suoi ranghi Jordi Pujol, il padre dell’autonomismo di Barcellona, e oggi è il partito in Europa di Ciudadanos, formazione di origini catalane ma anti secessione. “Una de-escalation è urgente”, dice van Baalen, ma per ora l’Europa è rimasta un osservatore silente. Bruxelles considera la questione catalana un affare interno alla Spagna e, probabilmente, troppo spinoso per essere trattato allo stato attuale. Van Baalen dice che è impossibile oggi stare con l’una o con l’altra parte. “Né Madrid né Barcellona stanno contribuendo al dialogo, ma per l’Europa adesso non c’è margine per un intervento esterno. Su questo tema, in Europa siamo divisi tanto quanto in Spagna”.

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