Al Palazzo di vetro

America first e minacce globali. Esordio confuso per Trump all’Onu

Il presidente americano dice di voler "distruggere" la Corea del nord con l'arma nucleare. Il deal iraniano è "imbarazzante". Il mix di dottrine

19 Settembre 2017 alle 20:50

America first e minacce globali. Esordio confuso per Trump all’Onu

Foto LaPresse

New York. Gli Stati Uniti hanno “grande forza e pazienza”, ma saranno costretti a “distruggere totalmente la Corea del nord” se il regime di Kim Jong-un attaccherà gli Stati Uniti o i suoi alleati. Ed ecco che i titolisti di tutto il mondo sono stati istantaneamente accontentati. Con un’espressione trumpiana codificata – “totally destroy” – il presidente degli Stati Uniti ha fatto il suo esordio nella cavernosa aula dell’Assemblea generale dell’Onu, il nucleo operativo della burocrazia inconcludente e dell’umanitarismo globalista che a suo dire ha bisogno di gelidi bagni di realtà. La lezione di Trump è arrivata sotto forma di minaccia belligerante a Pyongyang e al “Rocket Man impegnato in una missione suicida”, dove l’uso del nomignolo gratifica la base e dà qualcosa allo spettacolo. Si è dilungato sull’elenco delle violazioni della “banda di criminali” nordcoreani e ha castigato “le nazioni che non solo fanno affari con quel regime, ma armano, riforniscono e sostengono finanziariamente un paese che mette in pericolo il mondo intero”. Russia e Cina sono state elogiate per l’adesione alle recenti sanzioni dell’Onu, ma in quanto partner commerciali di Pyongyang hanno subìto il rimprovero indiretto della Casa Bianca.

 

Non è il primo leader nella storia dell’Onu che usa il riverito ambone per minacciare un altro stato sovrano, ma in passato sono stati autocrati, dittatori e satrapi illiberali a cimentarsi nel genere, non il leader del mondo libero. Trump s’è impossessato della retorica degli stati canaglia che ha denunciato e gliel’ha scagliata addosso. Dalla vigilia era trapelato che nel discorso al Palazzo di vetro si sarebbe concentrato sulla Corea del nord e l’Iran, e nell’esecuzione Trump ha aggiunto anche il regime di Maduro, sull’orlo del collasso “non perché ha applicato male i princìpi del socialismo, ma perché li ha applicati in modo diligente”. Il presidente ha detto che l’America è “pronta a intraprendere ulteriori azioni” sul Venezuela. Ha chiamato l’Iran uno “stato canaglia” e ha definito l’accordo nucleare “un imbarazzo per gli Stati Uniti”, e non si vede come dopo queste dichiarazioni la Casa Bianca possa continuare a rimanere nei termini del deal. Trump ha barcollato fra due diversi registri e impostazioni ideologiche. Da una parte, nel castigare le “rogue nation” e mettere in guardia da quelle parti del mondo che “sono già all’inferno” ha abbracciato la retorica dell’asse del male e ha fatto appello a categorie universali: “Se i molti giusti non affrontano i pochi malvagi, il male trionferà”. Dall’altra, ha insistito sul principio dell’America First, ha elogiato le diverse culture che la storia ha prodotto, ha eretto monumenti ai particolarismi e ha chiarito che l’America non ha mai voluto “imporre il proprio stile di vita”, limitandosi semmai a ergersi come esempio: “Come presidente, metterò sempre l’America al primo posto, proprio come voi, in quanto leader dei vostri paesi metterete, e dovete farlo, i vostri paesi al primo posto”. Il termine “sovranità” e i suoi derivati sono stati riproposti in modo ossessivo dall’autore del discorso, quello Stephen Miller che alla Casa Bianca è rimasto uno dei pochi custodi della fortezza nazionalista. Il contrasto fra la difesa della sovranità e gli ideali universali nel nome dei quali ha preso a scudisciate i regimi di mezzo mondo – fra questi anche la Siria, senza alcun riferimento alla Russia di Putin – non è sfuggito soprattutto ai trumpisti più intransigenti, che nella Casa Bianca orfana di Steve Bannon si sentono in balìa di una presunta agenda globalista. Richard Spencer, leader della alt-right, ha scritto che “Trump sembra aggiungere ‘realista’ e ‘sovrano’ alle politiche neocon e neoliberal” e ha invitato i follower a non lasciarsi ingannare: “Questa è in sostanza la dottrina Bush”.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    20 Settembre 2017 - 16:04

    L’internazionalismo proletario e socialista, cui s’è accodato il PolCor, per farsi spazio, culturale e ideologico, demonizzò e delegittimò il concetto di nazione e di popolo “uno d’arme, di lingua, d’altar”. Senza girarci intorno: voleva sostituire le sovranità nazionali con la sovranità di una utopia intrinsecamente contraria alla reale natura dell’uomo, spacciandola come “il nuovo paradiso in terra”. E’ stato possibile perché la natura dell’uomo include anche la capacità, benefica per un verso, ma incoerente per un altro, di mentire a se stesso e di dar voce alle sue passioni. La lotta per il potere, da sempre e in qualsiasi ambito, ha usato a piene mani queste caratteristiche native. Ogni epoca ha avuto i propri protagonisti. Ovviamente in ogni epoca portava allo scontro tra i protagonisti pretendenti al potere. In conclusione: oggi ci combattiamo, ci azzuffiamo, ci sbudelliamo nel medesimo perimetro: da cui è impossibile uscire. Monotono, ma Homines sumus.

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    20 Settembre 2017 - 15:03

    La verità è che l’aranciocrinito Presidente si è messo in testa di dire e fare cose. E non per “educare” gli elettori alla religione delle magnifiche e progressive sorti del mondo – che per questo basta e avanza un qualsiasi Premio Nobel di turno – quanto invece, e finalmente, per incrociare il buon senso e la voglia di “normalità” di un popolo; altro che storie... E fa specie che (troppo) spesso su queste pagine si legga di buffonate populiste et similia a proposito di ogni sua esternazione. Al punto che mi piacerebbe pensare lo si faccia, magari inconsciamente, con lo stesso spirito con il quale, al cospetto della compita ed elegante, ma esausta, consorte si è, per bon ton, indotti a denigrare quel tipo di attenzioni che in verità si vorrebbero, e che solo una sguaiata e volgare amante….. (E così è servito anche l’omaggio alla vulgata della trivialità trumpiana…..).

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  • albertoxmura

    20 Settembre 2017 - 15:03

    Inutile giudicare il presente con gli occhi del passato. Lo stile diplomatico e compassato si è formato quando all'Assemblea generale dell'ONU l'uditorio era costituito dagli astanti e dalla stampa che ne riferiva sui giornali. Oggi il discorso va in diretta su televisioni e siti degli organi d'informazione. Ne consegue che l'uditorio sia oggi costituito dal grande pubblico, dalla gente comune, dagli elettori. Non deve quindi sorprendere se il linguaggio diviene simile a quello di un comizio. Trump, semmai, ha il merito di aver adattato il linguaggio e il tono del suo discorso all'uditorio reale, giacché un discorso nel vecchio stile sarebbe risultato noioso e persino insopportabile (come lo erano quelli di Obama in analoghe circostanze) per la gente comune.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    20 Settembre 2017 - 15:03

    Alziamoci da terra. L’internazionalismo proletario e socialista per farsi spazio, culturale e ideologico, demonizzò e delegittimò il concetto di nazione e di popolo “uno d’arme, di lingua, d’altar”. Senza girarci intorno: voleva sostituire le sovranità nazionali con la sovranità di una utopia intrinsecamente contraria alla reale natura dell’uomo, spacciandola come “il nuovo paradiso in terra”. E’ stato possibile perché la natura dell’uomo include anche la capacità, benefica per un verso, ma incoerente per un altro, di mentire a se stesso e di dar voce alle sue passioni. La lotta per il potere, da sempre e in qualsiasi ambito, ha usato a piene mani queste caratteristiche native. Ogni epoca ha avuto i propri protagonisti. Ovviamente in ogni epoca portava allo scontro tra i protagonisti pretendenti al potere. In conclusione: oggi ci combattiamo, ci azzuffiamo, ci sbudelliamo nel medesimo perimetro: da cui è impossibile uscire. Homines sumus

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