Francia, esercitazione per la Sicurezza Euro 2016

Così i terroristi dell'Isis volevano infiltrarsi in Europa

Daniele Raineri

Trovato esplosivo a Parigi. C'è anche la testimonianza di un ostaggio italiano: "Chiedevano come si fa la domanda per asilo politico"

Roma. Un giornalista del sito francese Mediapart sta pubblicando un’inchiesta a puntate molto corposa che riguarda i servizi segreti dello Stato islamico, che in arabo si chiamano amniyat – deriva dalla parola “amni”, sicurezza. Nella terza puntata uscita ieri c’è un passaggio molto interessante per almeno tre motivi. Numero uno, a parlare è Federico Motka, ostaggio italiano dello Stato islamico tra il marzo 2013 quando venne sequestrato in Siria vicino al confine turco e il maggio 2014. Non ha mai parlato con i giornalisti ma lo ha fatto con i carabinieri del Ros, che poi hanno passato il testo alle forze di sicurezza francesi e così oggi dopo anni le parole estratte dalla sua deposizione sono finite su Mediapart. “Mi facevano molte domande su come i rifugiati possono fare domanda d’asilo politico in Europa, volevano sapere come funziona la procedura…”, e questo è il motivo d’interesse numero due. Quattro anni fa i carcerieri dello Stato islamico chiedevano come si fa domanda per ottenere asilo politico per infiltrare terroristi in Europa. Due anni più tardi, nel 2015, la migrazione di massa dalla Siria rende inutile lo studio delle procedure per fare domanda di asilo, le domande diventano una cosa comunissima, soltanto quell’anno ne sono state presentate più di un milione e duecentomila e quasi tutte in Germania.

 

In mezzo a questa folla di richiedenti asilo lo Stato islamico riesce in effetti a infiltrare alcuni dei suoi terroristi, che sfuggono ai controlli e colpiscono a Parigi a novembre. Ma è interessante l’anno a cui risale la deposizione: il gruppo stava già studiando come trasferire i suoi uomini in Europa nel 2013, quando ancora non era apparso sul radar dei problemi urgenti. Soltanto all’inizio del 2014, quando lo Stato islamico conquista con la forza militare la città di Fallujah in Iraq, comincia a essere notato dal grande pubblico. Poi a luglio il capo Abu Bakr al Baghdadi ammantato di nero pronuncia il suo sermone in pubblico a Mosul, e questa è la seconda tappa della scalata nell’attenzione del mondo, e infine ad agosto i suoi uomini mettono su internet il video dell’uccisione del giornalista americano James Foley. Pochi giorni dopo cominciano i primi raid aerei.

  

La conferma di questi preparativi fatti con molto anticipo dallo Stato islamico per colpire dentro l’Europa viene da un altro passaggio dell’inchiesta: è il luglio 2013, un uomo delle amniyat chiede dalla Siria a un altro agente in Francia di procurarsi passaporti finti. “Sono costosi, vengono cinquemila euro l’uno”. “Non è un problema, risponde il primo, c’est un ordre de l’émir des croyants!”. E’ un ordine che viene dall’emiro dei credenti, amir al mumineen, che è il titolo di Abu Bakr al Baghdadi. Insomma, un intero anno prima dell’inizio dei bombardamenti occidentali (agosto 2014) il capo dello Stato islamico aveva ordinato l’infiltrazione di uomini dello Stato islamico in Europa per compiere attacchi. E questo è un brutto colpo per la tesi “ci attaccano per rappresaglia contro i bombardamenti”. Lo Stato islamico aggredisce perché aggredire è la sua natura.

   

L’inchiesta di Mediapart è succosa e descrive gli uomini dei servizi dello Stato islamico mentre agiscono in modo professionale, come spie, senza attirare l’attenzione: niente preghiere in moschea, niente manifestazioni, il motto è “tieniti basso e sorridi sempre”. A giudicare dai recenti attentati nella zona di Barcellona in Spagna, dove una cellula ha ucciso sedici persone ma non è riuscita a portare a termine il piano più importante, la distruzione della Sagrada Famìlia, la struttura professionale addestrata delle amniyat non c’è più. O forse c’è qualche resto, come dimostra quello che è successo ieri a Parigi: grazie a lavori condominiali, la polizia ha scoperto un deposito di materiale per confezionare il Tatp, che in questi anni è diventato l’esplosivo preferito dagli attentatori dello Stato islamico.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)