Chi è Jim Comey, il distruttore di Hillary che ha mosso guerra a Trump

Mattia Ferraresi

Ritratto dell'uomo più amato e odiato d'America. La parabola di un sobrio lettore di Niebuhr da monumento della terzietà a politico che scuote Washington

New York. James Comey ha ripetuto forse una decina di volte davanti ai senatori che le vicende di cui è stato protagonista non sono democratiche o repubblicane, di destra o di sinistra, conservatrici o progressiste. Sono semplicemente questioni americane, e l’America è un paese fondato sulle leggi, non sulle “fazioni”, che sono il grande spauracchio che percorre tutti i documenti fondativi della nazione. Qui finiscono le intenzioni e inizia la realtà. Se c’è una cosa che l’interrogazione di giovedì ha dimostrato è che a Washington tutto è politica, niente cade al di fuori del perimetro della strumentalizzazione e della partigianeria, nemmeno un navigatissimo procuratore che ha preso tutte le precauzioni possibili per difendere la sua terzietà.

 

L’ex direttore dell’Fbi ha redatto una deposizione da manuale della letteratura giuridica, dove ogni dettaglio è giustificato e rimanda implicitamente a una base legale, poi davanti ai senatori ha studiato il tono adatto per rimanere sempre un passo fuori dall’arena politica, ma la realtà è che nell’America di Trump non c’è una figura più politica di lui. Dall’inizio della campagna elettorale è stato molte cose: il distruttore del Partito democratico, il mastino dei server e dei leak, l’ufficiale corrotto che ha affossato Hillary Clinton, il direttore con manie di protagonismo che convocava conferenze stampa su questioni della massima importanza senza dirlo a nessuno, il viziato avversario di Trump che è stato licenziato ex abrupto e infine classificato dal presidente come “leaker” dopo una testimonianza che a suo dire gli ha offerto una “totale e completa rivincita”. Logica arzigogolata: Comey è un testimone credibile e un criminale informatore di giornalisti liberal, il tutto nello stesso tweet. E’ per evitare questo tipo di reazioni che il suo legale ha chiesto allo staff della Casa Bianca di tenere lontano il presidente da Twitter il più a lungo possibile nella giornata della testimonianza di Comey. Circolano aneddoti esilaranti sui consiglieri che riempiono all’inverosimile l’agenda e lavorano sodo per eliminare i momenti morti. Ma il momento del tweet poteva al massimo essere posticipato. Comey è diventato così un “leaker”, che nel vocabolario di Trump è forse anche peggio di “nut job”, fuori di testa, che è il modo in cui ha caratterizzato l’ex direttore dialogando con Sergei Lavrov e la delegazione russa alla Casa Bianca. A parte il fatto che non è semplice fare di un privato cittadino che pubblica documenti da lui creati che non contengono informazioni secretate un “leaker”, il cinguettio di Trump è solo l’ultimo atto della lunga traiettoria della politicizzazione di Comey.

 

È stato lui a decretare la vittoria di Trump alle elezioni, ha detto Hillary senza mezzi termini. Gli statistici di Princeton che studiano le tendenze elettorali hanno individuato il “Comey effect”, un crollo nel sostegno democratico dopo la lettera al Congresso del 28 ottobre in cui il direttore comunicava l’esistenza di alcune nuove mail collegate al caso Clinton; Nate Silver ha certificato che l’effetto negativo sugli elettori è stato sufficiente a fare la differenza fra la vittoria e la sconfitta. Quando ancora era un idolo dei repubblicani per lo zelo inquisitorio verso Clinton, anche il suo ex collega Eric Holder, procuratore generale e ombra di Obama, ha castigato l’uomo buono che si macchia di un errore imperdonabile con un editoriale sul Washington Post. L’articolo era scritto con distacco giuridico dall’uomo che si definiva il “wing man” di Obama, ma anche le virgole trasudavano politica. Nell’articolo scritto per contenere i danni a nove giorni dalle elezioni, Holder ammetteva che l’incontro di qualche mese prima fra Bill Clinton e il procuratore generale, Loretta Lynch, poteva destare qualche sospetto (di cosa avevano parlato sulla pista dell’aeroporto, il luogo dove si pagano riscatti e si arrestano malviventi in fuga?) e l’altro giorno si è scoperto che è stata proprio quella nota a piè di pagina delle cronache di allora a convincere Comey a passare all’azione. Ironia suprema: se si prende per buona la spiegazione di Hillary (ho perso per colpa di Comey) bisogna concludere che la colpa del fattaccio ricade su Bill, protagonista dell’incontro che ha messo in moto la macchina degli eventi nefasti. Ma c’era anche di più. Ora sappiamo che la conseguenza di quel colloquio è che Lynch ha chiesto a Comey di riferirsi all’inchiesta sulle mail come a un più neutro “matter”.

 

Dopo il Comey repubblicano è arrivato il suo gemello anti trumpiano che si rifiuta di giurare fedeltà al presidente. La confusione generata dal cambio di casacca è perfettamente rappresentata nella reazione del pubblico di Stephen Colbert, comico di ovvia inclinazione liberal, alla notizia del licenziamento di Comey. Lo studio è esploso in grida di giubilo, mentre il padrone di casa imbarazzato la buttava sul ridere: “Ci devono essere molti fan di Trump questa sera”. Non c’erano molti fan di Trump: c’erano democratici che avevano perso il filo. Diventare l’uomo più politico di Washington dev’essere un’esperienza curiosa per uno che ha fatto tutto per non dare punti di riferimento. Nel 1980 ha votato Carter, nel 1984 Reagan, segno di una trasformazione da “comunista a qualunque cosa sia adesso”. “Non so nemmeno come definirmi politicamente”, diceva qualche anno fa, e anche Holder sosteneva, in modo lusinghiero, che era proprio difficile capire se era democratico o repubblicano. La scelta di George W. Bush di nominarlo numero due al dipartimento di Giustizia offriva un indizio eloquente, ma lui insisteva: “Non sono interessato alla politica. Sono interessato a quello che è giusto”, diceva. Pat Fitzgerald, procuratore di mille battaglie politicizzate, diceva che invece dei giornali leggeva i fumetti. Comey leggeva Reinhold Niebuhr, non proprio un autore per repubblicani hardcore. Il New York Magazine lo aveva scritto ai tempi del dipartimento di Giustizia del durissimo John Ashcroft: “Di fianco a lui, Comey sembra Noam Chomsky”.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.