Kim Jong Un alla cerimonia apertura di un complesso residenziale a Pyongyang (foto LaPresse)

Ecco perché solo Trump vuole la guerra con la Corea del nord

Giulia Pompili

Qualunque cosa succeda sabato, sono a rischio la sopravvivenza della Corea del sud e le alleanze dell'America nel Pacifico

Roma. Ciò che succederà questo fine settimana nella penisola coreana condizionerà il futuro dei rapporti e degli equilibri nel Pacifico. Il sito di ricerca 38 North da tempo ormai registra dei movimenti sospetti nell’area di ricerca nucleare della Corea del nord, segnale inequivocabile che Pyongyang sta perfezionando la sua Atomica. Ma per celebrare il 15 aprile, giorno della nascita del padre della patria Kim Il-sung, è più probabile che il nipote Kim Jong-un opti per un test missilistico (del tipo intercontinentale da terra, ICBM, oppure da sottomarino, SLBM). Del resto la Corea del nord, durante questo periodo dell’anno, ha spesso cercato di aumentare le tensioni per ottenere qualcosa in cambio (aiuti economici, tiepidi colloqui). Questo, però, è il primo anno di presidenza Trump, e qualcosa è cambiato.

 

Anzitutto i segnali inviati da Washington a Pyongyang: il bombardamento in Siria, lo show di forza in Afghanistan. Donald Trump sta mandando segnali provocatori anche alla Cina, per cercare di renderla “responsabile” del problema della nuclearizzazione nordcoreana. Nel frattempo minaccia, via Twitter, non meglio specificate “azioni” di forza. Qualunque cosa succeda questo fine settimana – quale sia il “grande e importante evento” al quale sono stati invitati ad assistere circa duecento giornalisti stranieri –, c’è chi una guerra nella penisola coreana, in questo momento, non potrebbe proprio permettersela: “Ultimamente le tensioni sono aumentate, e si ha la sensazione che un conflitto potrebbe scoppiare da un momento all’altro”, ha detto venerdì Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, “il risultato sarebbe che tutti perderebbero, non ci sarebbero vincitori”. Così pure la Russia, che ha chiesto agli attori di smorzare le tensioni. Eppure venerdì il comando militare nordcoreano ha diffuso un comunicato ancora più violento: “Risponderemo così duramente e spietatamente all’America e ai suoi vassalli che gli aggressori non saranno più in grado di sopravvivere”, e le bombe nordcoreane potrebbero arrivare facilmente fino alle basi statunitensi in Giappone e Corea del sud, così come alla capitale sudcoreana. “Se gli Stati Uniti reagiranno alle provocazioni di Kim Jong-un, allora la Corea del nord potrebbe vendicarsi sulla Corea del sud”, ha detto venerdì al Korea Times Kim Dong-yub, docente dell’Istituto per gli Studi dell’Estremo oriente dell’Università Kyungnam, “Una cosa del genere danneggerebbe i rapporti tra Seul e Washington. Inoltre, c’è da aspettarsi delle reazioni negative dei paesi limitrofi riguardo un attacco americano”.

 

In pratica se l’America andasse alla guerra dovrebbe mettere in conto di perdere la sua influenza su Seul. E’ anche per questo che il vicepresidente americano Mike Pence domenica sarà nella capitale sudcoreana. Il Giappone, molto legato all’America da quando il primo ministro Shinzo Abe e Trump hanno rinsaldato l’alleanza strategica, godrebbe di alcuni vantaggi (per esempio la riforma della Difesa, fortemente voluta da Abe) ma sarebbe in prima linea a combattere una guerra che già sta spaventando i giapponesi – gli ultimi missili testati dalla Corea del nord sono caduti nelle acque territoriali nipponiche. In una Corea del sud in piena campagna elettorale, l’unica cosa davvero imprevedibile sono le conseguenze di un attacco americano in Corea del nord.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.