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La guerra dei bagni è ricominciata

La strategia federalista di Trump per rinfocolare le culture wars

23 Febbraio 2017 alle 19:56

La guerra dei bagni è ricominciata

Donald Trump ha riaperto il fronte della guerra dei bagni, ennesima angolatura delle culture wars. La Casa Bianca ha cancellato le direttive dell’Amministrazione Obama sul diritto degli studenti di usare il bagno della scuola che meglio corrisponde al loro genere, ultima frontiera del divorzio fra biologia e identità. Il dispositivo dava la flessibilità necessaria per rispondere a questi tempi dominati dalla genderfluidità, nel rispetto del totem dell’uguaglianza. La giustificazione legale del provvedimento era nell’interpretazione del titolo IX, una legge del 1972 che vieta le discriminazioni su base sessuale nell’ambito educativo, anche se non cita la distinzione fra sesso e genere né parla di studenti transgender.

 

Secondo il dipartimento dell’Istruzione e quello di Giustizia, la decisione di Obama “non contiene un’estesa analisi legale e non spiega come la posizione si accordi con il linguaggio espresso nel titolo IX”. La motivazione del provvedimento sottolinea anche le prerogative degli stati nel determinare le politiche educative, il che illustra la strategia di Trump nell’affrontare questioni verso le quali non ha la minima inclinazione. “La decisione spetta ai singoli stati” è il suo motto quando si parla di aborto o di bagno transgender, ed è anche il motto della destra religiosa che lo ha votato con trasporto sapendo di non aver trovato un eroe delle cause che stanno loro a cuore. Trump ha promesso di togliere il dibattito dalle mani della burocrazia centralista di Washington e di rimetterlo in quelle degli organi locali, dove l’attivismo conservatore è vivo e vegeto. La guerra dei bagni si muove in questa direzione.

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