Donald Trump (foto LaPresse)

Intercettazioni pericolose

Flynn è soltanto l'inizio. L'offensiva per dimostrare l'asse Trump-Putin

Mattia Ferraresi

Il presidente si difende denunciando l’intelligence “un-American”. Le novità di un’inchiesta già vista

New York. La cacciata di Michael Flynn, il consigliere della Sicurezza nazionale rimosso per i contatti impropri (e comunicati in modo ingannevole ai superiori) con l’ambasciatore russo a Washington, non era che l’inizio. L’inizio di cosa? Di una rivolta di una parte della comunità di intelligence che con una campagna coordinata sta facendo filtrare ai giornali nuove informazioni sui fittissimi contatti fra gli uomini di Donald Trump e i funzionari del Cremlino durante la campagna elettorale. Un contesto che trasforma le telefonate di Flynn da iniziative individuali di un generale da molti giudicato inaffidabile in una strategia coordinata. Flynn è caduto sotto la pressione generata da un articolo del Washington Post, poi supportato da altre inchieste simili, in cui nove funzionari dell’intelligence che hanno avuto accesso alle intercettazioni dell’Fbi, il quale monitora i diplomatici nella sua attività di controspionaggio, confermano la natura compromettente di conversazioni in cui Flynn offre informazioni e detta strategie, rendendosi peraltro ricattabile. La discussione sulle sanzioni è stata la prova per metterlo all’angolo, il resto lo ha fatto lo scontro con il vicepresidente Mike Pence. Così Flynn ha perso la fiducia del presidente ed è stato licenziato. Mercoledì mattina Trump ha fatto la solita tweetstorm che illustra la strategia difensiva: “Il vero scandalo qui è che informazioni riservate vengono distribuite illegalmente come caramelle dall’‘intelligence’. Molto un-American!”. Nella conferenza stampa con Bibi Netanyahu si è prodotto in una spericolata difesa di Flynn, un’ottima persona “trattata ingiustamente dai media”. Lo ha detto come se non fosse stato lui a cacciarlo.

 

Secondo gli abbondanti leak che vengono dall’intelligence, i contatti fra uomini di Trump e agenti russi sono stati costanti, strutturati e abbondanti durante la campagna elettorale, tanto che alcune fonti confermano che il noto dossier di “oppo research” – non il prodotto dell’intelligence, ma un’indagine commissionata dagli avversari politici di Trump – redatto dall’ex spia britannica Christopher Steele contiene molte informazioni veritiere. Ci si era concentrati soprattutto sugli aspetti più pruriginosi e pirotecnici dei racconti, nella fattispecie la “golden shower” sul letto in cui avevano dormito gli Obama, ma quello che le intercettazioni degli agenti stanno provando riguarda i rapporti fra i funzionari che Steele elencava senza fornire evidenze circostanziate. Gli uomini legati a Trump, formalmente o ufficiosamente, che brigavano all’ombra del Cremlino sono i soliti noti – Paul Manafort, Carter Page, Roger Stone, ovviamente Flynn – più una serie di altre figure ignote. Se tutto questo sembra già sentito è perché lo è, almeno in parte. Notizie di questi contatti circolano dall’estate scorsa, funzionari anonimi ne hanno riferito, i giornali ne hanno scritto, anche diplomatici russi hanno confermato, mentre gli uomini di Trump hanno smentito con decisione in decine di circostanze.

 

L’inchiesta dell’Fbi su queste piste si è sovrapposta con l’indagine sulle interferenze degli hacker russi nella campagna elettorale, cosa che l’intelligence ha confermato ma senza provare il coordinamento con la struttura di Trump. Una settimana prima delle elezioni il New York Times titolava in prima pagina: “L’Fbi non vede un collegamento fra la Russia e la campagna di Trump”. Un titolo assai assertivo per un articolo in cui si diceva che non erano state trovate prove certe che l’hackeraggio potesse essere materialmente ricondotto alla Trump Organization o ad altre entità ufficialmente affiliate con il candidato. Il collegamento chiaro e certo che l’Fbi non trovava allora non è venuto fuori nell’ondata che ha travolto Flynn e che promette un effetto domino, emergono però legami oscuri e indiretti che non sono meno preoccupanti per Trump. Del resto, sono stati sufficienti per decapitare il consigliere per la Sicurezza nazionale in meno di un mese di governo. Rimane oscura anche la condotta del Bureau, che sembra aver applicato due pesi per i candidati alla Casa Bianca: il direttore, James Comey, ha rivelato un’inchiesta ancora in corso su Hillary Clinton, salvo poi far sapere che non c’erano reati, mentre per le indagini su Trump non ha fiatato, cedendo il passo ai leaker. 

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.