Trump, Flynn e il Circo Barnum

Giuliano Ferrara

Il Cretino Collettivo ripete che lui mantiene le promesse ma non capisce che gli Stati Uniti rischiano di diventare una colonia russa. Se Donald sapeva dei rapporti di Flynn saremmo a un passo dall’impeachment

Trump, Flynn e altro. Il Cretino Collettivo ha subito pensato, ecco, questo presidente mantiene le promesse. Vero, nel senso che continua a fare campagna elettorale demagogica con le idee e gli uomini che non sono idonei (unfit, ricordate?) a guidare gli Stati Uniti, anzi, sono un pericolo. Aspettando che il cretino di destra e di sinistra esca dal sopore oppiaceo della stupidità politica, e si accorga dell’eccezionale rischio chiamato The Donald, intanto il generale petulante e doppio agente politico scelto per dirigere l’organo decisivo della Casa Bianca in materia di politica estera e di sicurezza Michael Flynn è andato a casa, a casa, dico, nel disdoro e nel sospetto dopo meno di un mese, e non è detto che la cosa finisca qui. Trump ha accettato subito le dimissioni perché Flynn ammette di avergli mentito mentendo al suo vice Mike Pence, facendogli fare una brutta, bruttissima figura; e perché la sua squadra allargata, a parte il caro evoliano e il genero Kushner, aveva le mani nei capelli per il comportamento illegale e clownesco del security chief.

 

 

Una telefonata accorcia la vita politica, una serie di telefonate mette a rischio te e il sistema su cui si regge il tuo paese nel mondo, sopra tutto se al telefono, da privato cittadino parte di un team di transizione politica, entri in combutta con l’ambasciatore russo a Washington nell’ambito di una politica estera parallela, se fai il doppio agente politico con gli amichetti della parrocchia di Putin. E il tema della trasgressione che ti costa il posto e la reputazione, che peraltro non avevi mai avuto, è nientemeno che questo: le sanzioni e le controsanzioni tra i due paesi in materia di sospetti hackeraggi d’interferenza dei kagebisti nella campagna elettorale finita con l’elezione del tuo pupillo. E’ chiara la dimensione del caso? E’ chiaro che siamo in presenza di una parata di freak, di mostri da Circo Barnum? Il 7 novembre dell’anno scorso, il giorno prima delle elezioni americane, questo giornale pubblicò un mio articoletto in cui dicevo che probabilmente ci sarebbe toccato Trump, eletto dai forgotten men con l’aiutino decisivo del Kgb e dell’Fbi.

 

Eppure si sa che non sono, come Flynn e quell’onorevole grillozzo di cui non ricordo il nome, un maniaco dei complotti. Bastava leggere i giornali e guardare la televisione, no? Lo ricordo non per vanità, visto che ormai è passato in cavalleria il giudizio secondo cui nessuno si era accorto di quanto stesse accadendo in America, lo ricordo perché certe cose sono terribilmente semplici anche se, come dice il poeta, “è la semplicità che è difficile a farsi”. Insomma, sono passate tre settimane con l’impostore in chief che smanetta alla Casa Bianca e tutto il prevedibile salta fuori: gli Stati Uniti, in alcuni gangli vitali e nella mente vagolante del loro nuovo capo, rischiavano o rischiano di essere una colonia russa, un paese espropriato della sua sovranità a partire dalle informazioni, che sono il cuore della sovranità postmoderna. Per gli hackeraggi della Farnesina pazienza (fino a un certo punto), visto che non abbiamo l’arma nucleare e truppe in assetto di guerra in tutto il mondo, ma per Pentagono, dipartimento di stato e sistema elettorale americano, bè, la cosa è grossetta. Venisse fuori che il presidente americano sapeva o era il mandante del telefonatore, lui che contemporaneamente all’amico Flynn in conversazione tuittava i complimenti a Putin per la mancata rappresaglia sull’espulsione dei diplomatici decisa da Obama, saremmo già a un passo dall’impeachment. Non so se mi spiego. Ora vedremo come va con Israele, è in arrivo a Washington Benjamin Netanyahu.

 

Se l’impostore mantenesse le promesse, affidando al suo nuovo ambasciatore l’incombenza di un immediato trasloco a Gerusalemme e smantellando di brutto l’accordo sul nucleare con l’Iran, un pessimo accordo, nelle presenti circostanze farebbe danni di guerra seri a Israele stessa, e il premier, abituato a scherzare col fuoco, pare se ne sia reso conto. Il reset con la Cina, o mezzo reset, c’è stato: vale più di Taiwan, che peraltro per adesso nessuno ha toccato nemmeno con un fiore. Dico per la Cina. Ma con la Corea, mentre avveniva il reset con Shinzo Abe nel corso di un party tra golfisti a Mar-a-Lago, si è discusso del missile di Kim Jong-un nella riservatezza di una cena aperta a cani e porci, tra frizzi e lazzi o, con Bersani, tra lizzi e frazzi. Vogliamo parlare dell’inutile e demenziale ban contro i viaggiatori dai famosi sette paesi? E di altre demagogueries da strapazzo, come il muro col Messico già ovviamente in rivolta? Lo faremo a tempo debito. Ora basta. God save the king.

Di più su questi argomenti:
  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.