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Cosa pensano gli uomini messi da Trump alla Cia e alla Sicurezza nazionale

Oltre alla vicinanza con il Cremlino, ci sono anche un’ostilità programmatica contro l’Iran e una strizzata d’occhio a Erdogan

Daniele Raineri

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18 Novembre 2016 alle 18:33

donald trump cia

Donald Trump (foto LaPresse)

Roma. “A me sembra che siano ingrassati”, disse nel 2013 dopo una visita nel carcere speciale di Guantanamo a proposito dei detenuti che stavano facendo lo sciopero della fame. Michael “Mike” Pompeo è un deputato repubblicano con un amore sperticato per le dichiarazioni di sfida e da venerdì ha accettato il posto di direttore della Cia nell’Amministrazione Trump che partirà a gennaio. Durante la campagna aveva sostenuto in modo tiepido la candidatura di Donald – preferiva Marco Rubio, poi si è arreso all’evidenza – ma è amico fidato del vicepresidente Mike Pence, di cui è stato sparring partner durante la preparazione del dibattito in tv tra candidati vicepresidenti. Poche ore prima della notizia della nomina ha scritto su Twitter (il capo della Cia è su Twitter, sì) che “mi aspetto di annullare l’accordo disastroso con il paese che è il più grande sponsor del terrorismo al mondo”, e si riferiva al patto tra Amministrazione Obama e Iran sul programma atomico.

 

Pompeo è stato nell’esercito, si è laureato prima all’Accademia militare di West Point e poi in Legge a Harvard e ha fondato un paio di imprese, una che si occupava di parti di ricambio per aerei civili e militari, la Thayer, e una seconda che oggi fa affari nel settore petrolifero. In politica ha fatto parte della commissione Intelligence ed è una delle voci più forti contro l’appeasement con il governo iraniano – per esempio ha sponsorizzato una mozione contro il trattamento subìto dai marinai americani catturati dagli iraniani perché avrebbe violato la Convenzione di Ginevra – e questo lo accomuna a un’altra nomina significativa di venerdì, quella del generale Michael Flynn a consigliere per la Sicurezza nazionale. Flynn è coautore di un libro intitolato “Il campo di combattimento: come possiamo vincere la guerra globale all’islam radicale e ai suoi alleati” assieme a Michael Ledeen, un pensatore americano associato al movimento neoconservatore già conosciuto fra le altre cose per il motto “Faster, please” che auspica un cambio di regime in Iran: più in fretta, per favore. Così, mentre l’attenzione sulla fase iniziale dell’Amministrazione Trump si concentra sui rapporti forti con la Russia di Vladimir Putin, questo secondo e fortissimo leitmotiv sembra essere un po’ trascurato: l’ostilità acuta e programmatica contro l’Iran.

 

Come sarà possibile conciliare questa posizione della nuova Casa Bianca con il presunto clima di rinnovata intesa con la Russia, che dell’Iran è un alleata solida in medio oriente, non è ancora dato sapere. L’ex direttore dell’intelligence militare Flynn, come scrivono i giornali americani, arriva alla nomina trascinandosi dietro alcune controversie. Venerdì il direttore dell’intelligence nazionale, James Clapper, si è dimesso in anticipo di nove settimane sul cambio della guardia ufficiale, e il motivo è che fu lui a fare pressione su Flynn perché lasciasse l’incarico nel 2014 – dopo due anni, era stato nominato da Barack Obama nel 2012. E’ possibile che Clapper non volesse essere costretto a incontrare di nuovo Flynn, questa volta nelle vesti di chi deve preparargli la strada. Oltre all’ovvia intimità con il Cremlino, l’ex generale ha da poco svelato un’altra tendenza sorprendente, a favore del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Flynn lavora per uno studio olandese, l’Inovo BM, che fa da lobbista a Washington per conto del governo turco e l’8 novembre, il martedì delle elezioni, ha pubblicato sul sito The Hill un editoriale in cui chiede che Washington smetta di offrire protezione a Fethullah Gülen (un religioso turco che oggi vive in Pennsylvania, arcinemico di Erdogan, accusato di essere dietro al golpe fallito del 15 luglio; l’Amministrazione Obama non conferma le accuse) e lo ha paragonato a Osama bin Laden. Daniele Raineri

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Ora scrivo da New York. Sono stato inviato al Cairo per seguire il Medio Oriente da vicino. Ho lavorato in Afghanistan, Iraq, Pakistan e Siria. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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