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May e i calcoli (di egemonia) con Trump

Paola Peduzzi
Il nuovo presidente americano invita il primo ministro britannico a Washington e scatta la sintonia dei due leader per “i dimenticati” e per la Brexit.

Milano. Donald Trump, il prossimo presidente degli Stati Uniti, ha invitato Theresa May, premier britannico, ad andare in visita da lui “il prima possibile” perché il Regno Unito è per lui “un posto molto molto speciale”. In una conversazione telefonica i due hanno parlato di quanto sia importante rafforzare la special relationship tra Washington e Londra, non soltanto per l’affetto che Trump ha per il paese (la sua mamma è scozzese e lui possiede alcuni campi da golf tra Scozia e Irlanda) ma perché i due paesi hanno una storia di “valori condivisi”. La “connection” tra i due è apparsa subito immediata: nella notte della vittoria, Trump ha fatto un discorso rassicurante e finanche ottimista in cui parlava direttamente ai “dimenticati”, a chi si sente tradito dalla politica, offrendo protezione.

 

Theresa May, all’indomani della nomina a Downing Street nel luglio scorso, disse le stesse cose, fece appello alla “working class”, rilanciò il Partito conservatore come il partito dei lavoratori, e disse che nulla sarebbe stato più deciso senza avere a cuore gli interessi dei “dimenticati”. Se a questa sintonia si aggiunge la questione Brexit, è chiaro che la base della “special relationship” è solida: Trump era a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea (o almeno lo è stato nel momento in cui ha capito che cosa fosse la Brexit) e si presentò il giorno dell’esito referendario a inaugurare un campo da golf in Scozia e a festeggiare con i “brexiteers”, in particolare Rupert Murdoch – si erano riappacificati – e Nigel Farage. Definendosi “Mr Brexit”, Trump ha invitato il leader dell’Ukip alla convention di Cleveland a parlare del modello Brexit e poco prima del voto ha detto che la sua elezione sarebbe stata “una Brexit plus plus plus”.

 

Fin dalla campagna elettorale, Trump ha detto di essere disposto ad aprire le porte commerciali all’Inghilterra in uscita dall’Ue siglando accordi e sancendo con trattati esclusivi la relazione speciale – ribaltando così quel che aveva detto Barack Obama: con la Brexit, Londra finirà “in fondo alla fila”. Questa offerta oggi suona preziosa per la May, alle prese con un scontro istituzionale – il 5 dicembre l’Alta corte inglese deciderà se il Parlamento può intervenire sull’attivazione dell’articolo 50 – e soprattutto con le ripercussioni commerciali legate a un eventuale svincolo dal mercato unico.

 



Manifesti elettorali prima del referendum sulla Brexit rappresentano un bacio tra Donald Trump e Boris Johnson (Foto LaPresse)


 

Alcuni conservatori inglesi già sognano una riedizione del rapporto tra Ronald Reagan e Margaret Thatcher, due leader conservatori in sintonia, e intanto lavorano alla ricostruzione dei rapporti con i repubblicani, per lo più interrotti nel caos della dissociazione tra il Gop e il suo candidato Trump. Iain Duncan Smith, ex ministro cameroniano dimessosi perché a favore della Brexit, e Liam Fox, attuale ministro per il Commercio internazionale, sono considerati i più introdotti nell’entourage Trump: conoscono bene l’ex sindaco Rudy Giuliani e l’ex ambasciatore all’Onu John Bolton, entrambi citati nel totonomine della prossima Amministrazione Trump.

 

Fonti dei conservatori dicono che i sostenitori della Brexit sono molto avanti nella diplomazia con i repubblicani che non hanno lasciato Trump (e comunque torneranno tutti), e che al momento non è visto come un problema la “special relationship”, questa sicurissima, tra il prossimo presidente e Farage (il quale dice a Trump di non “toccare May, per l’amore del cielo” e si candida a fare “l’adulto” per far sì che tutto nell’incontro “sia ok”). Probabilmente nella definizione del “modello britannico” di legame tra Inghilterra e Ue la predilezione di Trump per Farage potrebbe avere delle conseguenze, ma questo è il momento dei buoni consigli e della collaborazione: May potrebbe moderare Trump, scrive Tom Newton Dunn sul Sun, e Trump potrebbe emergere come un grande alleato, commenta il Times.

 

E Londra fa i suoi calcoli: con l’America trumpiana ci possono essere accordi commerciali favorevoli e, se la politica dell’isolazionismo dovesse concretizzarsi, magari il Regno Unito potrà riscoprire un ruolo egemone nel mondo, di compensazione dell’assenza americana, persino con la bistrattata Europa.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi