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Perché Trump non costruirà un nuovo polo mediatico, e il segreto più segreto di Washington

In visita a Washington dai reporter cool di Politico per studiare l’intreccio tra media e politica, a partire dall'election day. Gli americani non sono avvezzi alla creatività nelle citazioni di numeri o di statistiche, la precisione è più o meno data per scontata, ma Trump ha dichiarato guerra ai metodi tradizionali del racconto della politica, parla sui social.

8 Novembre 2016 alle 19:58

Perché Trump non costruirà un nuovo polo mediatico, e il segreto più segreto di Washington

Donald Trump (foto LaPresse)

Washington, dalla nostra inviata. Mercoledì ci si sveglia con il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti e con qualche altra certezza, che ha a che fare con la sopravvivenza di alcuni fenomeni accaduti negli ultimi mesi. Il maschio bianco è arrabbiato, la donna non tollera i soffitti di cristallo, il millennial non riesce a togliersi di dosso la fama da sdraiati – e poi ci sono i giornalisti politici, le tv, i giornali, le dirette, i social, il racconto di quel che accade. “Sappiamo che qualcosa di importante è cambiato”, dice Hadas Gold, che si occupa di media a Politico, e ha l’aria esausta d’ordinanza a Washington – qui tutti sono contenti che sia finita, non tanto perché s’è dormito poco e s’è corso molto e c’è stata una quantità di comizi negli stati in bilico da far impazzire anche il più appassionato dei reporter, ma perché “la prima campagna elettorale ‘fact free’”, come la chiamano loro, è stata difficilissima. “Non era mai successo prima”, ripetono senza sorpresa, quasi rassegnati, e iniziano un racconto che “non ha precedenti”, ma che avrà conseguenze.

 

“Scrivere di politici che non dicono quasi mai una cosa vera è complicato – dice Daniel Lippman, uno degli autori di Playbook, la newsletter politica più famosa del mondo – Abbiamo fatto un esperimento, a marzo e a settembre. Per una settimana abbiamo guardato tutti i discorsi e gli incontri pubblici di Donald Trump e di Hillary Clinton, e abbiamo scoperto che a marzo Trump diceva una cosa non vera ogni cinque minuti, a settembre ogni tre minuti. Per la Clinton la media è rimasta invariata: dodici minuti”. Qui non si discute di princìpi filosofici, l’oggettività che non esiste, l’importanza del punto di vista o cose del genere: qui si parla di normalissimo “fact checking”, l’economia cresce di tanto così, i morti ammazzati da armi da fuoco sono questi, la disoccupazione riguarda un numero preciso di persone, cose così.

 

Gli americani non sono avvezzi alla creatività nelle citazioni di numeri o di statistiche: la precisione è più o meno data per scontata. Con Trump non è stato così, però il suo malmenare i fatti è diventato presto un’abitudine, anzi, un business in crescita. Hanno continuato a scandalizzarsi soltanto i fact checkers “ma sono rimasti soli – dice la Gold – La gente tende a fregarsene. Il controllo dei fatti in diretta durante i dibattiti o le sterminate analisi di debunking sono stati ignorati. Peggio: sono risultati noiosi. Chi vota Trump non vuole sapere la verità, vuole sapere se Trump lo proteggerà davvero: è questa l’unica bugia che non può permettersi”. A questo punto della chiacchierata entra in gioco Breitbart, il sito-scudo del trumpismo, e il suo animatore, Steve Bannon: “Se devo individuare il momento in cui tutto è cambiato davvero – dice la Gold – è quando Bannon, ad agosto, è entrato ufficialmente nella campagna elettorale di Trump”. Anche Lippman concorda, dice che Breitbart non si è mai preoccupato di raccontare quel che accade, ma quel che riesce ad animare il pubblico più arrabbiato contro l’establishment e contro lo status quo: l’alleanza esplicita tra un media di questo tipo e un aspirante presidente “sintetizza molto bene” quel che è accaduto, e quel che rimarrà come conseguenza. “I media sono diventati come un terzo candidato – interviene la Gold – che faceva da contrasto agli altri due candidati”.

 

Il contrasto in realtà è stato a senso unico, “da sempre i media tendono a schierarsi contro il candidato repubblicano – conferma la Gold come se stesse dicendo una banalità – per via del pregiudizio liberal che esiste nelle tv e nei giornali, ma non era mai accaduto che i media fossero tanto demonizzati”. Giornalisti, media, sondaggi: Trump ha dichiarato guerra ai metodi tradizionali del racconto della politica, parla sui social. Un paio di giorni fa è comparsa sulle magliette di sostenitori di Trump la scritta: “Rope. Tree. Journalist”, corda albero giornalista, che in effetti è parecchio minacciosa (tra un’analisi e l’altra, questi due giornalisti di Politico raccontano che per loro la campagna elettorale è stata faticosa perché sono stati banditi per molti mesi dai rally di Trump e perché Hillary s’è concessa pochissimo alle domande, ma ricordano che dal palco Trump prendeva in giro i giornalisti, facendo il loro nome, indicandoli personalmente, sono intervenuti i servizi di sicurezza più volte, e insomma non è stato facile. Però dicono in coro: per fortuna non siamo una televisione all news, possiamo scegliere che cosa approfondire. Quel minimo di distacco, di tempo, che ti salva la reputazione).

 

Quindi il mito del giornalismo politico è infranto per sempre, nulla sarà più come prima? Lippman dice che al momento i media sono agitati da questioni ben più concrete, che hanno poco a che fare con la verità dei fatti o della credibilità del nuovo presidente. Con la fine della campagna elettorale molti media televisivi in particolare prevedono un crollo di audience – “anche il 30 per cento in meno” di ascolti, interviene la Gold – e questo implica un grande interrogativo sul futuro. Lo spettacolo elettorale è stato estremamente redditizio, e riposizionarsi oggi implica un ripensamento strategico che ha a che fare con le persone ma anche molto con il rapporto con la politica. Magari Trump cambia tutto anche qui? “Non credo che farà un polo mediatico proprio – dice la Gold – di certo vorrà fare qualche genere di partnership con i media a lui vicini, tra Breitbart e Fox News, ma costruire un polo mediatico dal nulla è costosissimo, gli conviene probabilmente associare il proprio nome a qualcosa che esiste già”. Valutiamo qualche ipotesi, ricorre naturalmente il nome di Rupert Murdoch, che inizialmente non era affatto contento della piega che stavano prendendo le primarie repubblicane, ma poi ha accettato il fenomeno – “ma ha smesso di tuittare, e non sappiamo più cosa pensa”, dice la Gold. Cioè, se guardi Fox News, sai cosa pensa, però ecco lì ci sono state delle fratture personali e ideologiche che ancora non si sono risolte (la Gold cita la frase che ha detto Barack Obama a Bill Maher qualche giorno fa, un suo grande classico: “Se guardassi Fox News, nemmeno io sosterrei me stesso”). Fino all’ultimo s’è aspettato un endorsement del New York Post, per capire che equilibrio si sta creando tra politica e media, ma non è arrivato: ieri il Post aveva in copertina una ragazza corrucciata con il naso turato, “vota per quello che disprezzi di meno”, diceva il titolo. Che è il messaggio, in forma più elaborata, lanciato anche dal Wall Street Journal, altro prodotto del mondo murdochiano, a chiusura di una campagna che ha trasformato il modo di raccontare – e sostenere – la politica. Ma davvero Murdoch sarebbe disposto a fare una partnership con Trump? Non riesce a dargli un endorsement chiaro, e si mette in affari con lui? “Stiamo parlando di imprenditori furbi – dice la Gold – un modo, se vogliono, lo trovano: ma che Trump possa abbandonare il popolo che ha raccolto attorno a sé mi pare davvero improbabile”. Sul giornalismo e la verità “aspettiamo una tesi Phd”, sul “successo di Trump in tv” nessuno ha dubbi, ma l’ultima domanda riguarda Politico stesso. Che cosa farà Mike Allen, ora che ha detto che lascerà Politico, non scrive più Playbook ed è stato quasi assente da tutta la campagna elettorale. Occhi sbarrati, non sappiamo, davvero. Il segreto meglio conservato di Washington.

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