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In mezzo a un rodeo, a misurare le distanze con Hillary e Trump

L’America vista dall’America non è come la immaginiamo da qui. Viaggio tra fiere di armi, cavalli, Atlantic City e New York per capire cosa vogliono gli americani oggi dal loro presidente

5 Novembre 2016 alle 06:18

In mezzo a un rodeo, a misurare le distanze con Hillary e Trump

Il “boardwalk” di Atlantic City, in New Jersey, ricostruito frettolosamente dopo l’uragano Sandy. Quando le ultime sale da gioco se ne andranno, la città sarà restituita all’Oceano

Non è mica vero che, inviando Hillary Clinton e Donald Trump a contendersi la poltrona presidenziale, gli americani abbiano prodotto un mostro. Ovvero, è probabile che giocando con le utopie, le possibilità, le ipotesi, le cose sarebbero potute andare diversamente. Ma non tanto: questi due hanno vinto, hanno polverizzato avversari agguerriti – non mancava nessuno all’appello, c’era il nero conservatore e il latino rampante, l’obeso praticone, quello col cognome pesante, il nonno dei diritti civili, quella che la sa lunga d’impresa, il cristianissimo e qui e là. Hillary e Donald. Tutti a dire, che maledizione, che disdetta! L’America non si meritava un’accoppiata così. Siete sicuri? Sono così avulsi dalla realtà circostante? O forse ne sono un prodotto naturale?

Per conto del canale Focus, dell’offerta televisiva di Discovery, insieme a Christian Rocca abbiamo realizzato un documentario sull’argomento (vedi box) per annusare l’aria americana: è davvero così vasta la differenza che separa i candidati arrivati alla stretta finale da un’accettabile rappresentatività di quel che accade oggi nel paese e di ciò che i suoi abitanti auspicano? La regola vigente nei media, per tutta la campagna elettorale, è stata quella di prendere le distanze. Hillary è l’inevitabile candidata democratica, forte della sua macchina propagandistica, del curriculum, della sua invincibile forza di volontà che, ancora in vista dei 70 anni d’età, la fa stare lì, alla faccia del palpabile scarso entusiasmo che la circonda, a completare la corsa, che stavolta non gli ha contrapposto un fatale Barack Obama saltato fuori da chissà dove. Gli ottimisti garantiscono che sarà un buon presidente, sebbene non sia una personalità politica smagliante. E che, una volta alla Casa Bianca, avrà la competenza per affrontare le emergenze, contando su uno staff esperto, a cominciare dal John Podesta che non smette di essere l’irrinunciabile spin doctor di famiglia.

 

 

Trump, è stato ripetuto fino alla noia, è un’anomalia politica, ma non un effetto speciale, generato da chissà quale stravaganza nella società americana contemporanea: al netto delle bizzarrie e delle sparate-nonsense (che sembrano proprio la sua materia prima), rispecchia gli atteggiamenti e i modi di pensare della maggioranza dell’America conservatrice, più di quanto sappia fare l’attuale Partito repubblicano. Perché il grande sconfitto di questa elezione è prima di tutto il concetto di “politicamente corretto” (non a caso una personalità politicamente corretta come Hillary stenta a portare a casa una vittoria che dovrebbe essere già in archivio), inteso non come decenza e scrutinio logico di ogni comportamento politico, ma come spettrale ipocrisia condivisa sui grandi temi del mal digerito americano – l’immigrazione, la sicurezza, l’incertezza economica, la rappresentatività delle istituzioni, i sistemi di garanzia e assistenza. Trump ha sovvertito le convenzioni regolamentari del confronto. E per quanto la maggioranza delle cose che dice siano insensate, il solo atteggiamento d’intransigente insofferenza e di “basta!” verso certi argomenti ha calamitato l’approvazione di quell’America che non coltiva idee ma nostalgie – visione che non va liquidata con superficialità, perché nel cambiamento imposto dalla modernità esiste un fattore di rinuncia a una certa qual condizione esistenziale americana, che sarà pure mitizzata e inattuale, ma che corrode l’anima di una parte consistente dell’America bianca. Ovvero: non sarà più come è stato. Quel progetto, quella nazione, quel respiro, quei rituali si liquefanno al contatto col presente. L’illusione di resistere è la moneta con cui Trump ha comprato così tanti voti da condurlo nell’anticamera della Casa Bianca. E’ una grande illusione e la liturgia di un fallimento che, salvo sconquassi, culminerà con l’elezione della prima donna alla Casa Bianca, all’indomani della problematica convivenza col doppio mandato del primo presidente nero, fondato a sua volta su un isterico procedimento di risarcimento razziale (questione da considerarsi risolta, solo con gli occhi del buonismo più idiota).

 

Innanzitutto l’America vista dall’America, anche quella elettorale, non è così incomprensibile come se la si osserva dall’altra parte dell’Atlantico. Certo, passeggiare per New York non serve a orientarsi. Ma montare in macchina e partire sì. State a sentire noi che lo abbiamo appena fatto. Per esempio, dirigendosi finalmente, verso uno di questi benedetti Gun Show, i “mercatini delle armi”, regno di Satana per come i media italiani ci hanno insegnato a conoscerli. Cominceremo a guardarci intorno: non è sempre meglio capire l’elettorato, prima di valutare gli eleggibili? Appena si arriva nei paraggi, la prima constatazione è che esiste una grande America che non è quella della Cnn e dei Late Show: non brilla granché, fatica ed è taciturna, guarda al pragmatismo come a uno stile vincente, ma il più delle volte lo traduce in una brusca introversione, muta e nervosa, di fronte alla quale non resta che girare le spalle. Eccoli qui, sotto la pioggia sottile di ottobre, per lo più maschi, dai venti agli ottant’anni, in fila fuori del capannone che ospita il Gun Show per il weekend, con entrata a pagamento. S’intuisce un livello d’istruzione tutt’altro che superbo, uno stile di comunicazione intermittente, affabile coi volti conosciuti e apatico con gli altri, si vedono le espressioni tranquille e determinate di chi vuole passare il pomeriggio a scegliersi un’arma, una nuova per rinnovare l’arsenale di famiglia, perché averne per casa è un’abitudine che risale ai padri e si tramanda ai figli e il solo pensiero che qualcuno voglia abolire il principio scritto nella carta dei diritti americani fa venire i brividi, e ha l’aria di una macchinazione da parte di quei papaveri che si fanno vivi solo quando serve qualcosa, magari qualche migliaio di figli disposti a farsi ammazzare in un deserto dall’altra parte del mondo.

 


Un rodeo alla fiera dello stato della Virginia, a un’ora e mezza da Washington. Qui nessuno vuol sentir parlare di Hillary Clinton, tranne qualche signora che vede in lei il riscatto della subalternità femminile


 

Il Gun Show non ha l’aria di un raduno d’esaltati, a caccia dell’ultima mitraglietta con cui fare la pelle a chi schiamazza nei suburbia. E’ un posto della normalità americana, dove ci si rispecchia nel senso di responsabilità che fa sì che qualche centinaia di milioni di armi da fuoco circolino per il paese e che tutti, grazie a questa garanzia, dicano di sentirsi più sicuri. Ci suggeriscono che chi è contrario è perché ne fa una questione politica, rinunciando al valore culturale di questo diritto. Il bello non è proibire agli americani di portare le armi – e comunque non sarà mai possibile, perché la maggioranza vuole il contrario e il principio smantellerebbe in un sol colpo la Costituzione. Il bello è permettergli di farlo, e lasciare che il paese prosperi. Quando qualcuno spara, quando salta fuori il pazzo, l’esaltato, lo stressato, il criminale, quando arriva la periodica strage, riaffiorano i discorsi sull’insensatezza, il rischio, la miccia sociale, la deflagrante bizzarria di un popolo in armi: ma qui dicono che non c’entra la libertà di armarsi, c’entrano le speranze andate a puttane, la rabbia, la delusione, la sensazione di non aver niente da perdere – e del resto, a volerlo, una pistola o un fucile per ammazzare un po’ di gente si trovano dappertutto, anche in Italia. Insomma gli americani del Gun Show coltivano una mistica delle armi appoggiata sulla convinzione che questi arnesi producano una versione aumentata del sé e che è così che si difende la propria vita e quella dei propri cari, se è ciò che si sente di dover fare. Le armi fanno parte della storia dell’uomo, da sempre l’uomo le usa come soluzione finale, quando gli argomenti sono esauriti e la forza prende il posto della parola. E’ così, lo è sempre stato, il paese è nato su questa logica, ci dicono. Farsi trovare impreparati, vivere disarmati, è una scelta. Liberi di farla. Ma non vi lamentate, il giorno che soccomberete. Non c’è altro da dire. Se chiedi dell’Nra, la National Rifle Association, che difende questi principi fin nelle alte sfere di Washington, confermano che fa ciò che deve, sostenendo un principio fondante del paese.

 

Questa è l’America e la sua storia. Quindi, senza entusiasmo, costoro voteranno tutti per Trump, che si guarda bene dal mettere in discussione il problema, cosa che sembra frullare nella testa della sua avversaria. La quale, se dovesse vincere, non riuscirà a portare avanti i propositi manifestati sull’argomento. Verrebbe spazzata via dalla rabbia popolare, convinta d’essere maggioranza e pronta ad andare oltre i partiti. Ma adesso divertitevi, ci dicono, guardate quante meraviglie vi potete portare a casa con pochi dollari. Le armi sembrano giocattoli plasticosi, mortiferi arnesi accatastati a migliaia sui banchi, col cartellino del prezzo e lo sconto speciale per questo evento. L’aria in giro è pacifica, come se in vendita ci fossero francobolli e cartoline, mica mitragliatori. La gente gira, guarda, ci pensa, tenendo per mano la ragazza. Forse mi faccio un AK47. Al nostro occhio poco allenato, tutto sembra assurdo e normale, umano e disumano, crudele e banale. Come certi bonsai: se li trascuri per qualche mese e li lasci crescere in libertà, senza curarli, assumono forme improbabili. Che rispecchiano quanto possa essere strana e imprevedibile questa nostra vita.

 

Si continua a viaggiare. C’è un posto particolare dove valeva la pena di arrivare, per sentire forte l’odore di questa elezione e dell’America che l’ha prodotta: Atlantic City, sulla costa oceanica, il posto più indecifrabile e paralizzante che questi scenari possano aver concepito. Dove, peraltro, Donald Trump è di casa e ha guadagnato una valanga di quattrini, nel più selvaggio dei modi – il che accosta la visita all’oggetto dell’articolo, ovvero perché gli americani stiano considerando fino all’ultimo di spedire alla Casa Bianca un tipo così. Trump ha prosperato sui disastri di Atlantic City, ha lasciato sprofondare la sua Trump Hotels & Casino Resorts rovinando chi ci aveva investito i risparmi, scappando con le tasche piene di dollari. Una sua denuncia fiscale del ’95, divenuta di pubblico dominio, racconta la storia dell’impero che ha edificato e poi studiatamente bruciato sul lungomare di Atlantic City, col più spietato degli stili affaristici – qualcosa che, non c’è niente da fare, gli è valsa l’ammirazione di una certa percentuale di americani, che semplicemente avrebbe voluto essere al posto suo. Spremere oro da una decadenza e raggirare le persone che hanno messo dei soldi sulle tue imprese: il tutto, più o meno, legalmente. Quanti americani vogliono mandare una persona del genere al comando del paese? Abbastanza da rendere plausibile la possibilità. Il bello è che questa brutta storia di pirateria finanziaria è accaduta mentre in America regnava Bill Clinton e i suoi amministratori non proteggevano le vittime di una simile iattura. Sarà per questo che la campagna Clinton si è sempre guardata dal tirare fuori il nome di Atlantic City e ciò che rappresenta. Perché la vicenda lambisce, per non dire investe, anche il casato di cui lei porta il nome e del quale ha condiviso e difeso le imprese. E’ ciò che denunciano gli antipatizzanti di Hillary, parlando delle sue passate connivenze, comprese quelle con uno chiamato Trump. Eppure l’America democratica ha scelto lei come migliore ipotesi cui affidare le proprie ispirazioni. Sicuri di averci pensato bene?

 

Dicevamo: Atlantic City. Una rivelazione, girando in macchina nelle sue urban badlands, verso le dune grigie che si mescolano piano col mare. La strada che porta ai pochi casinò superstiti e al “boardwalk” immortalato da Martin Scorsese transita attraverso un enorme outlet dove t’invitano a spendere gli ultimi spiccioli, prima di lasciare questo scannato paradiso. Da un pezzo qui si è smesso d’andare per il sottile: la città è in bancarotta e anche lo stato del New Jersey la tratta come se fosse un alcolizzato cronico. Un nuovo prestito da 75 milioni di dollari è stato appena accordato dal governatore Chris Christie, ma le garanzie chieste in cambio fanno impallidire: o restituite o ci prendiamo tutto.

 

Pensare che Atlantic City sembrava fatta apposta per far prosperare chi ci avesse scommesso, fin dalla metà dell’Ottocento, quando il luogo dove sorge la città fu scelto dagli investitori di Philadelphia per offrire alla borghesia della loro città un resort marino, il più vicino in linea retta. Non ci volle molto perché si attrezzasse il “world’s playground”, interamente devoluto al divertimento, o meglio, a ogni genere di piacere, inclusi gli illeciti e quello che ha sempre eccitato gli americani più del sesso: il gioco. All’inizio furono hotel di gran nome (il celebre Marlborough-Blenheim, il più grande del mondo, la cui distruzione con la dinamite si vede nel videoclip di Bruce Springsteen che ha il nome della città: “Atlantic City”). Negli hotel c’era lavoro, soprattutto, e così la gente venne, gli afroamericani in particolare. E le cose andarono bene fin dopo la Seconda guerra mondiale, quando di colpo cambiarono i modi di viaggiare e divenne possibile raggiungere facilmente la Florida e perfino i Caraibi, che facevano impallidire gli anemici panorami di Atlantic City. Mentre s’inaugurava Disneyland, Atlantic City cominciò a sgretolarsi. Restava soltanto il gioco d’azzardo e le ultime cattedrali della città furono i grandi casinos, perché qui si poteva giocare e altrove, per migliaia di chilometri, no. Poi anche le leggi cambiarono, mentre la corruzione impazzava e il crimine cercava istericamente di non rimetterci i suoi capitali. Oggi Atlantic City è impregnata d’uno squallore che inumidisce la pelle. I casinò su cui torreggiavano alberghi da migliaia di stanze chiudono uno dopo l’altro, per metter fine ai conti in rosso. Ne sono rimasti aperti solo otto e domani chissà. Beyoncé non accetta più di esibirsi da queste parti e il “boardwalk” è sempre deserto, popolato solo dai reduci di qualche convention organizzata qui, per i costi concorrenziali delle stanze. Il colpo finale gliel’ha dato l’uragano Sandy, che ha distrutto le case di legno e ha sventrato il “boardwalk”, frettolosamente ricostruito, sempre più inutile e laconico. Quando le ultime sale da gioco se ne andranno, Atlantic City verrà restituito all’indifferente Oceano. A Las Vegas oggi solo il 25 per cento delle entrate cittadine arriva dal gioco; qui il 75 per cento. Ma i conti non tornano e questa si trasforma in una sentenza di morte. Qualcosa di più: è il racconto di come a volte il sistema socioeconomico americano prenda cantonate pazzesche e si declini nel disastro. Quindi da qui si riparte volentieri e con un sollievo che si condivide coi compagni. Ragionando su certi aspetti della storia: Trump e Clinton hanno molto a che vedere con Atlantic City e la sua miserabile fine. Ma non ne parlano, fingono d’averla dimenticata. Perciò, è meglio che da queste parti non si facciano vedere.

 


Al Gun Show, le armi sembrano giocattoli plasticosi, mortiferi arnesi accatastati a migliaia sui banchi, col cartellino del prezzo e lo sconto speciale per questo evento


 

I rodei girano gli States. Non c’è bisogno di arrivare in Texas: sono loro a venire da te. Ovunque ci siano cavalli, campagna, agricoltori, vecchia America. Ti puoi imbattere in un rodeo alla fiera dello stato della Virginia, a un’ora e mezzo da Washington. A che serve andare a un rodeo? Lo spettacolo è gradevole ma non eccitante, ruspante e dai ritmi lenti, adatto a gente che ha tempo a disposizione, col fango per terra e il pubblico che pensa a mangiare e segue le gare con distrazione. Serve per misurare delle distanze: ad esempio quanto dista un rodeo, il suo pubblico, i suoi rituali, la sua America, da Hillary Clinton? Quanto da Donald Trump? E se vogliamo: quanto dai giochi della vicina capitale e dalle decisioni che, una volta prese lì, vanno in vigore anche da queste parti, sebbene la cosa non sembri facile? I cowboys – altra scoperta – sono simpatici e alla mano, ragazzoni muscolosi e timidi scortati dai loro familiari, le fidanzate, i padri consumati e orgogliosi. Un’America normale, uguale all’Italia normale, se una domenica si va in un circuito motociclistico della provincia, dove si disputano i campionati minori, vissuti tra sacrifici e passione. Il paese reale, no? L’America nascosta e periferica, ma reale.
Si attacca discorso, approfittando dell’acquazzone che costringe cavalli e cavalieri a ripararsi all’asciutto, lasciando sotto l’acqua i più sfigati – i vitelli, i tori e perfino un paio di bufali bianchi. Davanti alle domande sulle elezioni e i futuri sviluppi politici del paese, in linea di massima qui si ostenta sorpresa, educato disinteresse e una palese ignoranza. Il fatto è che, semplicemente, non gli importa granché, non ci credono e non hanno voglia di spingere lo sguardo così lontano, anche se “lontano” è solo fino a Washington. Dentro la sconfinata America, la loro prospettiva è a corto raggio, perfino se, come nel caso dei nostri cowboys, si fa un lavoro vagabondo, non diverso da quello del circo. Chiunque governerà la nazione gli risulta indifferente, nei dintorni del concetto di seccatura. La fiducia è limitata e il mandato limitatissimo. E ci vuole poco per capire che per loro la famiglia Clinton non rappresenta niente di buono, perché lui, Bill, si è guadagnato quella che in questi paraggi non è una gran reputazione: ha mentito, ingannato, tradito, non importa se poi il suo lavoro l’ha fatto bene. Dove sono dignità, decenza e rispetto? Nessuno di questi parametri è stato rispettato, e poi c’era bisogno di spedire i figli del paese a combattere in terre lontane? Hillary non può essere che della stessa pasta, come in ogni coppia: ambizione e intrighi. Non ce n’è uno che ne voglia sentir parlare, a parte qualche signora di una certa età, che in lei vede, se non altro, il riscatto della subalternità femminile, che in un ambiente così è ancora un tema.
E Trump? Quello sa fare i soldi, è un mago del business, conosce le strade. Non ne parlano come di un idolo, ma per loro è più naturale che un tipo con queste vocazioni prenda decisioni per tutti, rispetto a coloro che parlano il politichese che a tutti sta sullo stomaco. Trump dice cose che tanti pensano e pochi hanno il coraggio di dire. E dal momento che il rodeo è uno spettacolo di bianchi per bianchi, di vecchia America per vecchi americani, questi ragionamenti vengono a galla. Trump non è uno stinco di santo, ma difenderà gli interessi americani. Se fa parte del giro dei ricconi e prima di tutto salvaguarderà i loro interessi – chi è che non lo fa? E darà del filo da torcere a coloro che hanno deciso di diventare americani senza chiedere il permesso. Insomma qui è considerato lo strafavorito tra i contendenti alla prima poltrona, ma il bello è che sentirlo dire da questa gente, con frasi laconiche e il pragmatismo che per loro è un vanto, fa sembrare l’ipotesi meno irreale di quando se ne legge sui giornali di New York. E’ un ragionamento di causa-effetto, una concatenazione di convenienze, una semplificazione della politica, per sfiducia, noia o scarsa applicazione. Ma una parte consistente dell’America funziona così. Se si finge di non saperlo, si cade in un grave errore di valutazione.

Torniamo a New York, il volo riparte da lì. Manhattan, davvero, è diventata insopportabile, innervosente. Regole divieti e dollari. Una rottura di scatole. Le cose vanno meglio passando uno dei ponti per Brooklyn, dove si ritrovano le tracce della vecchia metropoli, la sua dimensione umana e a volte rabberciata, il movimento perenne, i flussi, le occasioni. Anche se le mandibole del lusso globalizzato sono fameliche e adesso già arrivano a mordere anche questo borough: Dumbo è pieno di turisti coi bastoncini per i selfie, Greenpoint, dove c’è la discarica, è diventato un quartierino per studenti freak & chic e bisogna risalire oltre Prospect Park, fino a Flatbush, che fu quartiere operaio di olandesi, ebrei e italiani e casa dei Brooklyn Dodgers, per trovare un posto che abbia una coerenza con la New York classica, portale americano.
Comunque, da qualsiasi parte la guardiate, New York pare indifferente al voto, anzi, alla politica. Le uniche questioni che scaldano gli animi appartengono alla sfera razziale. Di chi vincerà le elezioni per la Casa Bianca non parla volentieri nessuno, e si ha l’impressione che non importi granché. New York galleggia in una sfera postpolitica – la stessa che un tempo si attribuiva impunemente alla provincia lontana. Un neo-localismo di ritorno. Del quale, in fondo, anche noi dovremmo sapere qualcosa.

Quello che per Kerry furono le swift boats, per Clinton sono le email. In effetti a pochi gliene frega, ma sono strumenti elettorali, mosse da campagna, attacchi strategici. D’un tratto il tranquillo procedere di Hillary verso la Casa Bianca si è complicato, si è rimesso in salita, con quell’altro che grida al nuovo Watergate e gli opinionisti che alzano il sopracciglio sulla reale eleggibilità di un personaggio che comunque ha i suoi coni d’ombra – per non parlare dei rapporti ravvicinati con quel demente di Anthony Weiner e la sua complicata ex moglie, Huma Abedin, lei sì davvero intima di Hillary, quasi una seconda figlia. Tutto lo sforzo profuso per far dimenticare ciò che l’America già sapeva è svaporato. La Clinton è una politica di vecchia fattura, abile ma disinvolta e attenta al tornaconto: è capace di fatturare 250 mila dollari per un discorso, capace di mantenere buoni rapporti con Wall Street pur presentandosi come paladina dei meno fortunati, è coinvolta nelle attività della Clinton Foundation, formidabile macchina economica, con molti distintivi umanitari, ma altrettante veicolazioni lobbistiche e di arricchimento. L’elettorato progressista era a conoscenza di tutto ciò. Non erano misteri e la questione delle email è solo un brandello di ciò che l’America democratica ha lasciato transitare, dandole il nullaosta per la Casa Bianca. E’ un segnale importante, da quella società: l’orientamento per una scelta conservativa, di compromesso, di usato più o meno sicuro, di sospensione di quegli esperimenti di cui Obama era stato il prodotto. E la restaurazione di una politica improntata allo scetticismo, alla routine, per non dire al cinismo: equivale a spedire alla Casa Bianca una persona con un mandato fiduciario limitato. Un’opera di contenimento controllato, dal momento che dall’altra parte della staccionata ci sono il caos e la mancanza di pensiero che hanno consegnato l’America conservatrice a un  interprete improvvisato come Trump.
L’effetto finale è che Clinton passa gli ultimi giorni di campagna a ricacciare indietro i sospetti che poi sovrasteranno comunque lo studio ovale, quando ci metterà piede, sempre che ci arrivi. Non un buon inizio, un handicap, un annuncio di scontento. Ma era prevedibile, gli americani lo sapevano, i sostenitori di Hillary lo sapevano, i commentatori e gli editorialisti lo sapevano benissimo. Si è fatta una scelta strana nell’America del 2016 – se Hillary porterà a compimento la sua campagna elettorale. Una scelta che a prima vista non appartiene con naturalezza allo spirito nazionale. Ma è così. Ed è per questo che l’America si avvia al voto con un entusiasmo tanto scarso. Comunque vada, non sarà un successo.

 

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