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La chiesa vive meglio nel mondo di Trump o di Hillary?

L’assetto delle nazioni è preferibile al “totalitarismo liberale”, dice Deneen. Il politologo spiega perché il falso universalismo rischia di essere il “più grande pericolo per la chiesa” - di Mattia Ferraresi

4 Novembre 2016 alle 21:01

La chiesa vive meglio nel mondo di Trump o di Hillary?

Presidenziali USA: secondo dibattito Trump Clinton (foto LaPresse)

New York. Martedì gli americani non votano soltanto due candidati alla presidenza, ma esprimono la preferenza per due contrapposte idee di mondo che si stanno dando battaglia a livello globale. Da una parte c’è il modello liberale, con le sue ambizioni universaliste e le istituzioni democratiche da propagare fino agli estremi confini della terra, un mondo aperto, egalitario, connesso e pluralista, in costante marcia verso un avvenire migliore, sorvegliato da organi sopranazionali e reso prospero da mercati sempre più collegati, un assetto multiculturale e globalizzato che lavora per favorire uno scenario geopolitico con meno confini e più diritti. E’ il mondo di Hillary Clinton e Obama, di Renzi e Hollande, dei palazzi di Bruxelles e Ginevra, della Silicon Valley e di Wall Street, dell’Onu e della Nato. Dall’altra parte ci sono i ripiegamenti nazionalisti o localisti, le pulsioni identitarie, il mondo dei confini e dei muri che si sente tradito dalla globalizzazione, un’idea multipolare che guarda alle comunità – nazionali, religiose o familiari che siano – come i luoghi della costruzione dei valori e dei significati fondamentali dell’esistenza.

 

Questo modello tende a concepire la forma dello stato-nazione come l’unica ammissibile nello scenario politico e  risponde alle spinte verso il conformismo cosmopolita aggrappandosi alle proprie irripetibili identità di popolo. Il realismo è la sua scuola di riferimento negli affari internazionali, l’impero e gli organismi internazionali i suoi totem polemici. Gli eroi di quest’idea di mondo sono i Trump, i Putin, i Salvini, i Le Pen, i Wilders e tutti quelli che in questa stagione vengono lanciati nell’ambiguo sacco del populismo. Ogni scenario ha le sue caratteristiche specifiche, ma sintetizzando si può dire che è uno scontro fra universalismo e particolarismo. La domanda è: in questo schema, da che parte sta la chiesa cattolica?

 

O meglio, visto che non si ragiona di schieramenti e tifoserie, quale dei due modelli meglio tutela la sua libertà e favorisce la sua presenza? La natura della chiesa, che è universale per definizione, le impedisce di sottoscrivere o abbracciare in modo definitivo uno dei due mondi, ma non porre la speranza della salvezza in un progetto politico non significa che tutti i progetti sono uguali. Non favorire, come si può, l’avanzata dei barbari è manovra di realismo e buonsenso che la chiesa ha praticato in passato e può ancora praticare, nella certezza di poter sopravvivere anche in mezzo alla barbarie. Uno dei problemi della modernità è che non è sempre semplice distinguere cos’è barbaro e cosa no, e ancora più complicato, nelle situazioni dove nessuna delle alternative è ideale, è stilare una gerarchia. Occorre un attento lavoro di discernimento per separare i gradi della barbarie, muovendosi sempre nell’ambito dei giudizi storici e delle scelte prudenziali. Quale dei due mondi imperfetti la chiesa dovrebbe dunque approvare? Abbiamo posto la domanda ad alcuni intellettuali cattolici, per navigare nel pericoloso stretto fra la sponda della libertà, modernisticamente intesa, e quella della frammentazione identitaria. Patrick Deneen, professore di Scienze politiche alla Notre Dame University e autore della recente raccolta “Conserving America?: Essays on Present Discontents” è il primo della serie.

 

Deneen parte dalla premessa di realismo che questo “scontro fra un falso universalismo e falsi particolarismi sta mettendo i cattolici, e in particolare quelli americani, in una posizione impossibile, perché non possiamo attivamente sostenere nessuna delle due opzioni”. Lo definisce uno “sprone a ritornare agostiniani, cioè a non porre troppa fiducia nella politica”, ma con prudenza esprime la sua preferenza per l’assetto frammentato e particolarista: “La realizzazione del bene comune in un progetto politico richiede confini e limiti, cioè richiede una concezione condivisa fra le persone. In questo senso, trovo che la forma della nazione, specialmente della nazione repubblicana, sia il veicolo politico che ha le migliori possibilità di realizzare qualche forma di bene comune. Non mi identifico con nessuna nazione, ma penso che in un assetto fatto di nazioni i cristiani possano lavorare meglio per il bene comune”. Deneen è un critico del liberalismo, soprattuto nella sua forma americana che mette l’accento sulla libertà come pura opzione, facendo un idolo dell’atto stesso di scegliere.

 

Lo chiama “liberalismo totalitario”, ed è il figlio di una concezione antropologica che abita nelle profondità della coscienza americana come una premessa implicita. Il liberalismo “ha sempre avuto nel cuore l’idea di diventare universalista, e in un certo senso è un surrogato secolarizzato dell’universalità della chiesa, ma la sua grande astuzia è quella di presentarsi come neutrale. L’ideologia liberale non si presenta come portatrice di una visione dell’uomo e del bene, ma come una cornice vuota che accoglie una pluralità di visioni, anche quando una visione ce l’ha eccome: postula, appunto, l’uomo come essere autonomo e autodeterminato, liberato da ogni forma di autorità e da ogni idea di bene. Questa concezione è nata in America nella sua forma compiuta ed è diventata la norma politica globale. Lo scontro fra Hillary e Trump sta squarciando questo velo, perché mostra la reazione della gente allo schema liberale”. I particolarismi che incarnano questa reazione sono a loro volta falsi, specialmente quelli che fanno leva su vecchi pregiudizi razziali, ma per Deneen l’affermazione del paradigma liberale “è il più grave pericolo che la chiesa abbia affrontato nella modernità”, proprio perché la minaccia è celata, invisibile: “Il risultato è che molti cattolici in America sono in realtà liberali. Vivono e votano secondo l’idea liberale, e poi vanno in chiesa. Hanno risolto la questione dell’aborto, ma è soltanto un esempio, dicendo che sono privatamente contrari ma questo non determina le loro decisioni pubbliche se ricoprono cariche di potere”.

 

In quest’ottica, Deneen non vede una differenza di fondo fra democratici e repubblicani: “La sinistra ha avuto successo nel perseguire fini libertari nell’ambito della politica sociale, la destra in quello della politica economica”. Sono gli stessi princìpi che si esprimono in ambiti diversi. L’altro problema dell’idea liberale messa in crisi da Trump e i suoi fratelli è il suo carattere atemporale: “Crede di poter attecchire a prescindere dal contesto, dalla storia e dalle circostanze. Questo promuove una visione del mondo anti realistica, una concezione in cui le idee sono destinate a piegare i fatti. L’interventismo di George W. Bush era animato dalla visione morale del liberalismo, e ha finito per produrre esiti più illiberali”, conclude Deneen.

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