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October surprise? L’Fbi riapre l’inchiesta sulle email di Hillary

Sondaggi e depistaggi. Perché Hillary e Trump fanno il tifo per la rimonta.

28 Ottobre 2016 alle 21:05

October surprise? L’Fbi riapre l’inchiesta sulle email di Hillary

Hillary Clinton (foto LaPresse)

New York. Donald Trump lo ha annunciato dal palco gongolante: l’Fbi ha riaperto l’inchiesta sulle email di Hillary Clinton. Il direttore del bureau, James Comey, ha informato alcuni membri del Congresso che nel corso di un’inchiesta slegata dal caso della candidata, ormai chiuso, sono spuntati altri “messaggi pertinenti” che vanno approfonditi, per accertarsi che davvero non ci siano email classificate che sono state compromesse. “Forse sarà fatta giustizia alla fine”, dice Trump, che sente fra i proverbiali capelli il vento di una “october surprise”,  il colpo di scena che ribalta tutto all’ultimo minuto. Ci vorrà tempo per approfondire, ma ieri pomeriggio s’è fatta largo la sensazione che il cielo elettorale si sia un po’ riaperto.  E Trump negli ultimi giorni stava già godendo di un piccolo rimbalzo di popolarità.

 

I sondaggi elettorali hanno fasi ascendenti e discendenti, ma l’ultima fase ascendente di Hillary, quella in cui la presidenza sembrava cosa fatta e si parlava già dei mobili dello Studio ovale, si è scontrata con una serie di sondaggi che descrive Trump nel gesto di protendersi per colmare la distanza dei numeri. Gli ultimi rilevamenti del Los Angeles Times lo danno con due punti di vantaggio sulla candidata democratica, gli istituti Quinnipac e Rasmussen, non due compagnie improvvisate, dicono che sono appaiati, altri sondaggisti descrivono un vantaggio per Hillary ma leggero e in erosione, comunque entro quel margine di errore in cui tutto è possibile. 

 

Specialmente in questa tornata. Si tratta di sondaggi a livello nazionale che valgono quel che valgono, cioè niente, ma anche i modelli più sofisticati che ponderano le intenzioni di voto negli “swing states” e fanno sottilissime distinzioni qualitative all’interno dei campioni demografici hanno registrato una flessione. Le probabilità di vittoria di Hillary secondo FiveThirtyEight, il sito di Nate Silver che ha indovinato alla perfezione o quasi l’esito delle ultime due elezioni, sono “crollate” all’81 per cento. Quelle di Upshot, il modello statistico elaborato dal New York Times, si sono assestate sul 91 per cento dopo essere state a lungo al 92. Non sembrano numeri che sconvolgono la situazione, ma sotto la superficie di ogni campagna elettorale s’annida una metanarrazione: ci sono gli eventi e c’è la percezione degli eventi. A livello della percezione qualcosa è cambiato negli ultimi giorni.

 

Trump appare di nuovo competitivo, i democratici sembrano più agitati, anche l’intelligenza artificiale sviluppata dall’ingegnere indiano Sanjiv Rai dice che il repubblicano vincerà, e spiega che a dispetto dei numeri fallaci che circolano è più popolare di Obama nel 2008. Il supercomputer, dicono, è credibile perché nelle ultime due tornate ha previsto correttamente i risultati. L’altro segnale che indica che la percezione è cambiata è che i giornali si sono (ri)popolati di articoli sull’imperfezione dei modelli statistici. Dopo un’abbuffata di fiducia totale nei campioni che scandagliano e negli algoritmi che ordinano, ora si spiegano i limiti di rilevamenti casuali fatti soltanto al telefono, per lo più al telefono fisso, ché per sondare gli elettori al cellulare occorre inserire i numeri manualmente, operazione lunga e costosa; si parla dei vari vizi che drogano le risposte, dal “partisan non responsive bias” – quando un candidato è sotto la pressione dei media, nemmeno i suoi elettori più convinti hanno voglia di rispondere ai sondaggisti. In altre parole: quando Trump dice “grab by the pussy” pochi s’arrischiano a difenderlo – al “Bradley effect”, il desiderio di conformismo che porta a mentire sulla propria scelta impopolare.

 

Nel dubbio, Trump dice che i sondaggi sono “absolutely rigged” e chi li conduce è “tremendamente disonesto”, al pari dei media che danno rilevanza ai numeri. Strano per un candidato che ha costruito le primarie repubblicane sulla costante e ossessiva ripetizione dei sondaggi favorevoli; ancora più strano è che l’avversione spunti in questo momento, quando si parla non si dica di una rimonta, ma di un minimo avvicinamento, lasciando intendere che l’inversione di tendenza potrebbe preludere a sorprese più consistenti nel giorno delle elezioni, culmine di una sfida con tanti elementi inediti e tanti conti che non tornano.  Una gara imprevedibile che va a braccetto con un elettorato imbizzarrito e una demografia instabile, difficile da mappare secondo i criteri classici.

 

C’è però anche un livello di lettura ulteriore, che ha a che fare con gli interessi di tutti i partecipanti alla competizione. Questo è uno dei momenti in cui più acutamente tutti – i candidati, la stampa, i partiti, l’establishment e l’antiestablishment – fanno il tifo per una corsa combattuta e imprevedibile, uno scontro voto per voto che si deciderà all’ultimo, febbricitante minuto. Trump è il beneficiario ovvio di questo scarto della percezione. Hillary lo è di sponda: ha assolutamente bisogno che tutti i democratici – convinti o tiepidi che siano – vadano a votare l’8 novembre, e la rimonta percepita dell’avversario rinfocola le motivazioni di un elettorato che davvero caldo non lo è stato mai. L’establishment deve chiamare a raccolta, l’anti establishment dimostrare che la turbolenza della pancia del paese è reale e significativa, non è uno starnuto di protesta. I media sono sempre dalla parte delle sfide combattute: le vittorie schiaccianti danno titoli troppo mosci per le prime pagine.

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