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Non c’è solo politica nel difficile negoziato tra il Vaticano e la Cina

Il rapporto con la chiesa “sotterranea” rimasta fedele al Papa, opposta a quella “patriottica” dipendente del governo. Tra ottimismo e frenate, a che punto sono le trattative.

26 Ottobre 2016 alle 06:00

Non c’è solo politica nel difficile negoziato tra il Vaticano e la Cina

Papa Francesco: Santa Messa e Canonizzazioni (foto LaPresse)

Roma. La scorsa settimana, l’agenzia Reuters ha pubblicato una lunga esclusiva in cui, citando fonti vaticane, si dà per certo che entro breve si arriverà all’accordo definitivo tra la Santa Sede e la Cina circa la nomina e l’ordinazione dei vescovi. In particolare,  Pechino sarebbe pronta a ordinare “almeno due nuovi vescovi” prima della fine dell’anno con la benedizione del Vaticano. L’ultima tappa del negoziato – secondo Reuters – dovrebbe tenersi entro la fine di ottobre, quando a Roma le due delegazioni si incontreranno per siglare l’accordo. Una portavoce del ministero degli Esteri di Pechino ha confermato che “la Cina è sincera nella sua volontà di migliorare i suoi rapporti con il Vaticano e sta compiendo considerevoli sforzi” a tale riguardo. “Abbiamo la volontà di compiere sforzi congiunti per incontrarci a metà strada e migliorare i legami bilaterali con un dialogo costruttivo”, aggiungeva secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa locale Xinhua. La Santa Sede, da parte sua, sarebbe pronta anche a riconoscere ufficialmente quattro vescovi nominati dalla controparte senza il consenso papale, e quindi di fatto scomunicati.

 

Tra i nomi di coloro che otterrebbero il riconoscimento di Roma figura anche Ma Yinglin, vescovo di Kunming e presidente del consiglio dei vescovi cinesi. Ma Yinglin è una figura di primo piano nelle trattative, se non altro perché ha partecipato alla fase decisiva delle trattative, quella che per la prima volta ha fatto sì che al tavolo con i diplomatici vaticani sedessero anche presuli cinesi. Il Vaticano, letta la documentata esclusiva di Reuters, non ha voluto commentare. Di più aveva detto il Papa in persona all’inizio del mese, quando – tornando dal viaggio nel Caucaso – si era mostrato prudente circa il dossier ma al contempo fiducioso sull’esito positivo della vicenda, perché “noi siamo in buoni rapporti, si studia e si parla” e poi “le cose lente vanno bene, sempre. Le cose in fretta non vanno bene”. Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, portale del Pontificio istituto missioni estere e ben addentro alle questioni orientali, ha espresso più d’un dubbio sull’ottimismo relativo a una tempistica così breve per il ricongiungimento tra Roma e Pechino.

 

Se infatti è vero che il prossimo 10 novembre sarà ordinato a Changzhi il nuovo vescovo, va ricordato – scrive Cervellera – che la nomina del Vaticano del presule scelto, mons. Pietro Ding Lingbin – risale a ben due anni fa, e che il ritardo è dovuto esclusivamente alle lungaggini della burocrazia cinese. AsiaNews, poi, smentisce – citando altre fonti in Cina e oltretevere – che sia in programma un incontro a Roma tra le due delegazioni: “Non ci sarà, è programmato più tardi”. Il punto che più angustia il Vaticano è il rapporto con la chiesa “sotterranea” rimasta fedele al Papa, opposta a quella “patriottica” dipendente del governo. L’eventuale riconciliazione con i vescovi illeciti (otto in totale, di cui tre scomunicati, due con figli e fidanzate, due formalmente vescovi in diocesi dove il governo pastorale è affidato a presuli nominati da Roma) rappresenterebbe un cedimento a Pechino nella fretta e volontà di giungere a una qualche forma d’intesa.

 

Scrive Cervellera che “per la Santa Sede tale procedimento non può essere concluso con un colpo di spugna, ma vanno rispettati i tempi e i percorsi di ognuno dei vescovi implicati”. Nel dettaglio, “alcuni di questi pastori già da anni hanno presentato la loro domanda di perdono, ma il Vaticano si è riservato di studiare più a fondo la loro situazione”. Di conseguenza, sottolinea il direttore di AsiaNews, ciò significa che è improbabile che la loro riconciliazione con il Papa avvenga “entro la fine dell’anno”. In ogni caso, osserva, “tale processo non è legato per nulla all’andamento dei dialoghi sino-vaticani, ma al percorso spirituale e umano di ognuno di loro”.

 

Il timore che un’intesa su questo terreno possa portare a un cedimento è stato espresso più volte dal cardinale Joseph Zen, arcivescovo emerito di Hong Kong, da tempo in prima fila nel rifiutare ogni accordo con le autorità cinesi che non vada nella direzione indicata, da ultimo, dalla Lettera ai cattolici cinesi promulgata nel 2007 da Benedetto XVI, che ribadisce i punti fermi per ogni sviluppo negoziale. Uno tra questi l’aveva rimarcato lo scorso agosto il successore di Zen, il cardinale John Tong Hon, quando ricordava che “nella Cina continentale non esiste una Conferenza episcopale riconosciuta dalla Santa Sede, perché non ne fanno parte i Vescovi ‘clandestini’, cioè non riconosciuti dal governo, che sono in comunione con il Papa. Al contrario – aggiungeva – include presuli, che sono tuttora illegittimi, ed è retta da statuti che contengono elementi inconciliabili con la dottrina cattolica”. Tong Hon osservava poi che “i vescovi del continente che non sono stati ancora legittimati dovrebbero, seguendo le condizioni richieste per un vescovo legittimo, essere riconosciuti dalla Santa Sede”. Un procedimento, insomma, che non ha nulla a che fare con negoziati di tipo politico e diplomatico tra le parti.

 

Il campo per le trattative è stretto. Il Vaticano punta a far sì che, almeno formalmente, l’ultima parola sulle nomine episcopali sia del Papa, anche se queste dovessero provenire da “suggerimenti” locali. Un accordo, poi, renderebbe (almeno in teoria) più semplice la vita ai cristiani cinesi, sottraendoli alle abituali persecuzioni in guanti bianchi di provenienza governativa. Ma è soprattutto Pechino, in questa fase, a cercare la chiave per riprendere regolari relazioni diplomatiche con la Santa Sede (tema del tutto separato da quello delle ordinazioni episcopali e ben più complesso) cercando di non apparire l’attore debole nella partita. Nuove e pacifiche relazioni con Roma, infatti, migliorerebbero la sua immagine internazionale, privando al contempo Taiwan del riconoscimento vaticano.

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