La baronessa del Psoe spagnolo alla prova Rajoy

Silvia Ragusa
Susana Díaz, bionda governatrice andalusa, decide domenica se consentire o meno la formazione di un governo Rajoy. Per la sinistra spagnola comunque vada si aprirà una stagione durissima di crisi d’identità.

Madrid. Lo scorso 12 ottobre a Madrid, alla festa nazionale dell’Ispanità e delle forze armate, a rapire l’attenzione dei media c’era Susana Díaz. La bionda governatrice andalusa, con un tailleur rosso fuoco, ha capeggiato, fiera e altezzosa, il gruppo dei socialisti invitati a Palazzo Reale. Una scrollata di spalle per liberarsi di dosso il fantasma di Pedro Sánchez, il segretario defenestrato in un sanguinoso coup di palazzo (frattanto volato a New York) e lo sguardo rivolto al futuro prossimo. Domenica sarà, infatti, il giorno fatidico della grande decisione collettiva: il Partito socialista (Psoe), riunito nuovamente in un Comitato federale, deciderà se consentire o meno la formazione di un governo guidato da Mariano Rajoy attraverso un’astensione al voto di fiducia – e per la sinistra spagnola comunque vada si aprirà una stagione durissima di crisi d’identità.

 

Díaz sembra contenta e si vede. Da fine settembre, dalle dimissioni di Sánchez, elargisce sorrisi a destra e a manca, e si incontra di frequente con il nuovo segretario del collegio di garanti socialisti (e suo intimo amico) Javier Fernández. Susana Díaz “è il potere” dentro il Psoe, dicono gli insider fin dai tempi di Sánchez, ricordando come la governatrice andalusa, capo della delegazione socialista più ampia del paese, sia da anni ormai il vero kingmaker della sinistra spagnola. Dopo i disastri socialisti degli ultimi tempi, Díaz sembra finalmente decisa a prendere il controllo del partito in prima persona, e la differenza si vede. Anche Rajoy ha riconosciuto che adesso parlare con i socialisti è “molto più semplice”. E non è certo solo un complimento da hidalgo galiziano.

 

Conclusa la prima parte dell’operazione (le dimissioni burrascose di Sánchez) Díaz mantiene dritta la rotta. Fernández dirigerà il partito per circa sei mesi, fino alla primavera, il tempo necessario per far sì che l’ex segretario finisca negli annali del partito. Poi, al Congresso, Díaz si aspetta di essere eletta per acclamazione, senza nemmeno competere alle primarie. Una tabella di marcia che non fa una grinza, se non fosse che per attuarla serve passare dalla casella dell’astensione e fermarcisi almeno per un giro. Finora la presidente dell’Andalusia non ha voluto pronunciare quella parola in pubblico. Ma non perché contraria. L’idea è quella di votare astensione per poi portare il Partito popolare (Pp) di Rajoy a ritirare o quantomeno rivedere alcune delle sue leggi più discusse. In questo senso il Psoe sarebbe in grado di giustificare la sua posizione, non solo tra i militanti ma anche e soprattutto tra gli elettori, ormai sempre più confusi.  

 

Per ora la prossima mossa è controllare il voto socialista in Parlamento che, da calendario, arriverà a breve. Lunedì e martedì il re Felipe chiamerà a rapporto i partiti per l’ennesimo giro di consultazioni, e probabilmente prima di festeggiare tutti i Santi verrà stabilita la data ufficiale per l’ultima investitura possibile. Díaz lotta per un’astensione compatta: l’obiettivo è evitare che Sánchez possa tornare dagli Stati Uniti sventolando la bandiera del “no a Rajoy”. Ma domenica i socialisti potrebbe spaccarsi, ancora una volta e definitivamente. Susana Díaz sogna da tempo la leadership, ma il partito è ancora in terapia intensiva. C’è il rischio di un brutto arresto cardiaco. Gli occhi sono puntati sull’ala catalana, che ha annunciato di schierarsi “senza se” e “senza ma” per il no al Pp, sfidando apertamente la segreteria nazionale, ma altri parlamentari socialisti hanno già annunciato la loro dissidenza. Domenica i due fronti avranno turno per parlare: se al Congresso prevarrà un’astensione parziale l’unità del partito, sotto la nuova guida ad interim, non sarà così sicura e la vittoria della Díaz non sarà completa. Per questo la baronessa deve puntare sulla disciplina interna. Di un partito, comunque vada, fatto a pezzi. Nel frattempo, i nuovi sondaggi realizzati da Metroscopia per il País danno Rajoy ben sopra il 35 per cento dei voti in caso di nuove elezioni, e il Psoe sprofondato molto dietro a Podemos. Una ragione in più per evitare le urne a tutti i costi.