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Instabilità e ritorsioni

E se poi la Brexit non si fa più? Ecco di cosa si nutre la speranza europea

Conflitto tra Tesco e Unilever per il crollo della sterlina. La Scozia pronta a un altro referendum. Il calcolo di Bruxelles.

14 Ottobre 2016 alle 06:11

E se poi la Brexit non si fa più? Ecco di cosa si nutre la speranza europea

Un gruppo di sostenitori dell'indipendenza scozzese (foto LaPresse)

Bruxelles. Una crema spalmabile e un referendum scozzese riusciranno a far cambiare idea ai britannici sulla Brexit? La decisione di Tesco, la più grande catena di supermercati del Regno Unito, di togliere dai suoi scaffali online i barattoli di Marmite, la popolare crema dal colore scuro che milioni di inglesi spalmano tutte le mattine sui loro toast, all’improvviso ha fatto scoprire ai consumatori britannici gli effetti concreti della Brexit. Tesco ha aperto un conflitto con Unilever, detentore del marchio Marmite, dopo che la multinazionale anglo-olandese ha chiesto un aumento del 10 per cento dei prezzi su tutti i suoi prodotti per compensare la svalutazione della sterlina. Nel frattempo, la premier scozzese Nicola Sturgeon ha annunciato che la prossima settimana presenterà un progetto di legge per un nuovo referendum per la secessione in caso di Brexit, dichiarando di fatto guerra a Theresa May e ai brexiteers conservatori. “Sono determinata a fare in modo che la Scozia abbia la possibilità di riconsiderare la questione dell’indipendenza e di farlo prima che il Regno Unito lasci l’Ue, se questo sarà necessario per proteggere gli interessi del nostro paese”, ha detto ieri Sturgeon al congresso del Partito nazionalista scozzese. “Crisi valutaria e crisi politico-istituzionale: i cattivi astri della Brexit si stanno allineando”, commenta un diplomatico europeo. Lungi dall’aver unito il Regno Unito dietro una causa comune, il discorso di May sulla “hard Brexit” al congresso dei Tory la scorsa settimana ha posto fine “all’illusione della Brexit felice”, dice il diplomatico. Così, a Bruxelles, Londra e dintorni, c’è chi torna a sperare o temere che la Brexit possa essere evitata.

 

“Non voglio che il Regno Unito esca”, si è lasciato scappare lunedì il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, dicendo ad alta voce quel che molti pensano in alcune capitali europee. “La sola alternativa alla ‘hard Brexit’ è ‘no Brexit’, anche se oggi praticamente nessuno crede in questa possibilità”, ha tuittato il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Sull’altra sponda, Ambrose Evans-Pritchard sul Daily Telegraph ha accusato la City di “montare l’isteria nei mercati finanziari” spingendo la svalutazione della sterlina: il tentativo è di “creare una narrativa negativa sulla Brexit nella speranza di ribaltare” il referendum del 23 giugno. Lo scenario di una marcia indietro sulla Brexit per ora è giudicato come “altamente improbabile”, tanto più con Theresa May a capo del governo a Londra. Ma il ragionamento è semplice: il “Project Fear”, la campagna sui pericoli dell’uscita condotta dal “remain”, non era una bufala. Una volta che i cittadini britannici si accorgeranno delle conseguenze della Brexit cambieranno idea. “Servirebbe un evento politico maggiore”, dice un funzionario: un nuovo governo senza May, nuove elezioni vinte da un partito europeista oppure un nuovo referendum. Forse potrebbe bastare il referendum in Scozia, dove il 62 per cento dei cittadini ha votato per restare nell’Ue. Secondo alcuni giuristi, fino all’ultimo momento nel marzo 2019, il governo di Londra avrebbe la possibilità di revocare l’articolo 50 del trattato, con il quale chiederà formalmente il divorzio. In alternativa – ragionano a Bruxelles – una crisi economica profonda o la minaccia di secessione della Scozia potrebbero bastare a convincere May a scegliere una Brexit più “soft” e a mantenere la libera circolazione dei lavoratori europei.

 

Dal referendum del 23 giugno, la sterlina ha perso il 18 per cento sul dollaro e il 15 per cento sull’euro, costringendo multinazionali come Unilever a reagire aumentando i prezzi di Marmite e altre centinaia di prodotti. Visti i margini ridotti dei supermercati, i costi della svalutazione della sterlina “dovranno essere trasferiti” sui consumatori, ha detto l’ex amministratore delegato di Sainsbury, Justin King. Secondo i calcoli del Financial Times, il Regno Unito sarà costretto a pagare 20 miliardi di euro per andarsene dall’Unione europea. Questa settimana, la banca russa Vtb ha annunciato la riduzione del personale a Londra, ma l’esodo dalla City è atteso per marzo, quando May attiverà l’articolo 50. James Bardrick, il capo di Citibank a Londra, ha spiegato che i piani per traslocare in un’altra capitale europea “sono pronti” e potrebbero scattare “nel primo trimestre del 2017”.

 

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