Donald Trump (foto LaPresse)

Perché la pragmatica destra religiosa tiene la linea su Trump

Aizzato dal capo della sua campagna elettorale, Steve Bannon, ieri Donald Trump ha passato diverse ore nel silenzio dorato della Trump Tower a sparare pezzi d’artiglieria via Twitter contro l’establishment repubblicano che lo sta abbandonando.

New York. Aizzato dal capo della sua campagna elettorale, Steve Bannon, ieri Donald Trump ha passato diverse ore nel silenzio dorato della Trump Tower a sparare pezzi d’artiglieria via Twitter contro l’establishment repubblicano che lo sta abbandonando. Il primo bersaglio è lo speaker della Camera, Paul Ryan, il “leader debole e inefficace” che ha avuto “una pessima conversazione con i suoi membri, che si sono ribellati alla sua slealtà”. Il messaggio che Trump sta cercando di passare per raddrizzare questa ennesima stortura della campagna, generata dagli indifendibili commenti a sfondo sessuale, è quello di rappresentare il partito come una zavorra che fin qui l’ha appesantito, impedendogli di volare: “E’ bello che essersi liberati dalle pastoie, ora posso battermi per l’America nel modo in cui voglio”. I repubblicani infedeli sono addirittura “più ostici della Corrotta Hillary. Arrivano da tutte le parti. Non sanno come si fa a vincere, glielo insegnerò io!”. Nel processo di disgregazione di un fronte repubblicano tenuto fin qui insieme alla bell’e meglio, il pilastro che tiene è quello che, in linea teorica, doveva crollare per primo: la destra religiosa. In questa paradossale linea di resistenza a sfondo evangelico ci sono certamente delle eccezioni, anche illustri come Russell Moore, uno dei leader dei battisti del sud, ma in generale i grandi nomi della religious right sono rimasti fedeli a Trump, affettando pragmatismo dove invece si pensava regnasse il moralismo.

 

Sono pochi quelli che s’azzardano a difendere le volgarità che Trump dice nel video registrato nel 2005, sintetizzate nell’ormai universalmente noto “grab by the pussy”, ma come dice Jerry Falwell Jr, presidente della Liberty University, la più grande università cristiana d’America, “siamo tutti peccatori”. Per Falwell il linguaggio becero non è argomento dirimente, e anzi è certo “che tutta questa cosa sia stata studiata, potrebbe essere un complotto dei repubblicani dell’establishment”. James Dobson, fondatore dell’influente associazione Focus on the Family, condanna “senza appello i commenti fatti da Trump undici anni fa”, ma chiarisce qual è il criterio per scegliere chi votare: “Credo che il sostegno di Hillary Clinton all’aborto di feti parzialmente venuti alla luce sia criminale e la sua opinione sugli evangelici sia da fanatici. C’è una sola differenza fra i due: Trump promette di sostenere la libertà religiosa e la dignità dei non nati. Clinton no”. Dobson è lo stesso che nel 1998 ha mandato una lettera ai suoi milioni di seguaci in cui si proclamava favorevole all’impeachment di Bill Clinton, un pessimo esempio per quanto riguarda il “rispetto per le donne”.

 

Non c’è entusiasmo né trasporto nella destra religiosa che continua a sostenere Trump nonostante la caduta sulla più pruriginosa delle questioni; c’è però un calcolo freddo, politico nel senso più stretto possibile, sul confronto fra alternative. Il telepredicatore Robert Jeffress dice che Trump si è “redento” con il secondo dibattito, ma con più realismo aggiunge: “E’ ancora il migliore fra i candidati per fermare la spirale negativa in cui è finita la nostra nazione”. Trump sarà anche un viscido approfittatore sessista, ma Hillary “promuove l’aborto” e “erode la libertà religiosa”, come dice Gary Bauer, attivista repubblicano legato al mondo evangelico. Anche Tony Perkins ha confermato il suo sostegno a Trump per logica negativa: “Il mio supporto non è mai stato basato su valori condivisi ma su preoccupazioni condivise”. E’ il timore della disgregazione di un’idea tradizionale di società, di famiglia, di persona il collante più potente della destra religiosa, con l’aggravante che quell’idea ha già largamente perduto la battaglia con l’avversario liberal e secolarizzato e ogni traccia di continuità con l’amministrazione sotto la quale è stato legalizzato il matrimonio gay – tanto per citare una delle battaglie della culture war – significa approfondire la sconfitta. Qualunque antagonista di questa visione è automaticamente meritevole di sostegno, non importa se incarna il modello morale rovesciato rispetto a quello proposto dalla destra religiosa, né se si disinteressa pressoché completamente di qualunque tema etico. Inoltre, ci sono alcuni posizionamenti tattici imprescindibili, come la contrarietà all’accordo nucleare con l’Iran, grande cruccio idi Israele e dunque dei suoi facoltosi sostenitori protestanti americani. Come ha sintetizzato il direttore della rivista First Things, Rusty Reno, queste elezioni vedono contrapposti quelli che pensano che il paese e l’occidente sono tutto sommato sulla strada giusta, anche se ci sono state parecchi incidenti lungo la via, e quelli che pensano che non sia così. Il secondo bacino è molto più vasto dell’insieme degli irriducibili adoratori di Trump.