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Contrordine da Putin: Erdogan non fa affari con l’Isis, ma con noi

Russi e israeliani a Istanbul per negoziare sui due dossier chiave: energia e cosa fare nella guerra in Siria.

11 Ottobre 2016 alle 21:28

Contrordine da Putin: Erdogan non fa affari con l’Isis, ma con noi

Vladimir Putin e Tayyip Erdogan (foto LaPresse)

Roma. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan esce dall’isolamento diplomatico in cui si era cacciato di recente, grazie a due visite internazionali in una settimana. Giovedì il ministro dell’Energia israeliano, Yuval Steinitz, arriva a Istanbul per partecipare alle ventitréesima conferenza mondiale sull’energia, presieduta da Erdogan. E’ la prima volta in sei anni che un ministro israeliano visita la Turchia, dal giorno dell’incursione dei commando israeliani sulla nave Mavi Marmara che aprì una fase di tensione altissima tra i due paesi. Da mesi si parla di riavvicinamento tra i due governi e di accordi in campo energetico e a fine giugno c’era stata la firma di un protocollo per normalizzare le relazioni, ma poi era arrivato il golpe fallito dei militari. Steinitz non incontrerà Erdogan ma il suo omologo, il ministro turco  Berat Albayrak, che è il genero del presidente (per chi segue il gossip mediterraneo: ha sposato la figlia, Silvio Berlusconi era presente all’altro matrimonio in casa Erdogan, quello del figlio).

 

Nel finesettimana è uscita la notizia che il nuovo ambasciatore in Israele sarà Kemal Okem, stretto consigliere di Erdogan. La visita di Steinitz non riguarda soltanto l’energia, che comunque è un affare importante perché la Turchia potrebbe diventare il primo acquirente del gas che gli israeliani intendono estrarre dai giacimenti marini davanti alla costa. Steinitz tra il 2013 e il 2015 è stato ministro dell’Intelligence e degli Affari Strategici, e non sfugge che in questo momento la Turchia è il crocevia di negoziati e incontri molto fitti, discreti e meno discreti, che riguardano la situazione in Siria. Israele si tiene defilato e non si pronuncia, salvo bombardare quando la situazione strategica lo impone – quindi quando il governo Assad tenta di trasferire armi sofisticate al gruppo libanese Hezbollah – ma è ovvio che è coinvolto da vicino.

 

La visita a livello ministeriale di Steinitz di domani arriverà tre giorni dopo il secondo incontro fra Erdogan e il presidente Vladimir Putin a Istanbul, dopo quello a Mosca in agosto. I due hanno parlato a lungo della situazione in Aleppo, hanno detto ai giornalisti che si preoccupano per la situazione umanitaria dentro la città, e che stanno coordinando gli aiuti per alleviare le sofferenze della popolazione. Ma è chiaro che a ogni incontro corrispondono decisioni militari e politiche. I due appoggiano fronti opposti della guerra: Erdogan i gruppi dell’opposizione armata al presidente siriano Bashar el Assad (ma non lo Stato islamico, che è una fazione differente che combatte una guerra per motivi suoi), Putin il governo centrale di Damasco (che oggi è guidato da Bashar el Assad, un domani chissà). Dopo il primo incontro, in agosto, la Turchia ha invaso il nord della Siria assieme ad alcuni gruppi ribelli e la Russia non ha battuto ciglio, il che ha fatto pensare che ci fosse una coordinazione decisa in anticipo. E un po’ tutti hanno notato che in queste settimane di bombardamenti russi indiscriminati contro Aleppo i turchi hanno taciuto. Tra i dossier affrontati di persona e non detti ai giornalisti ci sono di certo: la questione dei curdi e l’assetto della Siria nel futuro, nelle due sole varianti possibili, con o senza Assad.

 

E pensare che soltanto dieci mesi fa, il 2 dicembre, il ministero della Difesa russa teneva una conferenza stampa in cui accusava ufficialmente “Erdogan e la sua famiglia” di essere coinvolti nel business criminale del contrabbando di petrolio assieme allo Stato islamico. Il gruppo estremista estrae il greggio dai pozzi conquistati in Iraq e Siria, e poi lo vende alla Turchia – era l’accusa infamante e presentata con tanto di foto satellitari (poco esplicative, in realtà). Erano i giorni della rabbia dopo l’abbattimento di un bombardiere russo vicino al confine siriano e i tamburi della propaganda di Mosca suonavano a pieno volume contro il presidente turco. Le navi della marina russa che attraversavano il Bosforo, in Turchia, per andare in Siria sfoggiavano una vedetta in piedi armata con un missile terra-aria, ben visibile dal ponte di Istanbul.

 

Lunedì, invece, Putin ha firmato con Erdogan un accordo per la costruzione a partire dal 2017 del gasdotto Turkish Stream, che sarà formato da due linee entrambe passanti sotto il Mar Nero con una capacità – ciascuna – di circa 15 miliardi di metri cubi (si tratta di una grandezza media, il progetto North Stream per ora fermo prevede una capacità di circa 55 miliardi di metri cubi di gas). Una linea porterà gas in Turchia, l’altra attraverserà la Turchia diretta al mercato europeo. L’Iran, altro nemico di Erdogan, ha ieri dato la sua benedizione e ha detto che Turkish Stream porterà benefici a tutta la regione. A Putin, risolte per ora le faccende a Istanbul, tocca pensare all’occidente dove – secondo il ministro inglese Boris Johnson, rischia di diventare un paria.

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