cerca

Ecco cosa c’entra il sale da tavola con le nuove star della corte di Putin

L'esilarante libro “Tutti gli uomini del Cremlino” di Dozhd Mikhail Zygar sul potere russo tra ex macellai e la crisi con gli Usa. Putin appare come la fonte unica di potere, il suo protagonista e motore. Ma proprio questo rende paradossalmente il presidente sia soggetto sia oggetto delle lotte di potere. E’ questo “Putin collettivo”.

9 Ottobre 2016 alle 06:15

Ecco cosa c’entra il sale da tavola con le nuove star della corte di Putin

Il presidente russo Vladimir Putin (foto LaPresse)

Milano. Qualche giorno fa, la Russia ha aggiunto il sale da tavola alla lista dei prodotti alimentari che non si possono importare nell’ambito delle “controsanzioni” con cui Mosca ha risposto alle misure occidentali . La decisione, passata in sordina, è apparentemente inspiegabile: la Russia importa più della metà del sale che consuma, circa il 40 per cento proviene dall’Ucraina. Ma il mese prima, il secondo più grosso produttore di sale russo è stato acquistato dal figlio del procuratore generale della Russia, Artiom Chaika. Che ora si vede regalare un mercato enorme sgomberato dal principale concorrente ucraino.

 

E’ un esempio del “cum grano salis” con il quale bisogna ragionare per capire le mosse della Russia sullo scacchiere strategico. Come era accaduto con le Olimpiadi di Sochi, quando – come racconta il fondatore della tv indipendente Dozhd Mikhail Zygar nel suo esilarante libro “Tutti gli uomini del Cremlino” – un gruppo di oligarchi e funzionari organizzò una campagna mediatica destinata a un solo utente: Vladimir Putin. Con la complicità dell’attuale portavoce, Dmitry Peskov, furono collocati manifesti a favore dei giochi lungo il percorso del corteo presidenziale, e sulle stazioni radio che Putin ascoltava in auto furono pagate trasmissioni dedicate al sogno olimpico nella fascia oraria giusta. Fu assoldato un “rappresentante del popolo” che, durante la diretta annuale del presidente con i russi, telefonò in studio per chiedere le Olimpiadi. Il “villaggio di Putinkin”, come lo chiama il Wall Street Journal, ha funzionato, e il presidente, all’inizio abbastanza scettico, divenne lo sponsor principale dei Giochi, i più costosi della storia grazie agli appalti miliardari distribuiti tra i fedelissimi.

 

Molte decisioni e svolte della politica russa sono legate a questo intreccio di interessi almeno quanto a considerazioni della grande strategia. Putin appare sia fuori sia dentro la Russia come la fonte unica di potere, il suo protagonista e motore. Ma proprio questo rende paradossalmente il presidente sia soggetto sia oggetto delle lotte di potere. L’ultima parola spetta al presidente, e quindi il presidente diventa un terreno di battaglia, con il proverbiale angelo su una spalla e il diavoletto sull’altra. E’ questo “Putin collettivo” a essere dietro, probabilmente, all’ultima giravolta del Cremlino in Siria: da una tregua con gli americani con prospettive di combattere fianco a fianco lo Stato islamico alla rottura di ogni negoziato e contatto. Il decreto con il quale Putin sospende l’accordo sullo smaltimento del plutonio del 2000 con gli Stati Uniti, ed elenca le condizioni per ripristinarlo, è sintomatica.

 

Di fatto un ultimatum: in cambio di 34 chili di plutonio gli americani devono ritirare i loro militari da paesi ex sovietici membri della Nato, sospendere tutte le sanzioni (inclusa la “lista Magnitsky”, dei funzionari accusati della morte in carcere dell’avvocato anticorruzione) e compensare il danno dalle “controsanzioni”. A parte la curiosa ammissione del fatto che l’embargo sui prodotti alimentari occidentali introdotto da Putin per ripicca abbia prodotto un “danno”, la lista delle rivendicazioni non dice una parola sulla Siria, sulla Crimea, sull’Ucraina, ma innanzitutto chiede di restituire alla nomenclatura russa la libertà di viaggiare e avere attivi in occidente.

 

Sembra quasi la lettera del “Putin collettivo”, dopo che le sanzioni introdotte nel 2014 avevano preso di mira la cerchia intima dei putiniani, con il calcolo che avrebbero fatto pressioni per riconciliarsi con l’occidente. La “black list” degli americani mostra che sono ben informati sull’albero genealogico degli amici del presidente. Per esempio, l’altro figlio del procuratore Chaika, Igor, ha appena conquistato l’ennesimo appalto per le forniture alle ferrovie, guidate fino all’anno scorso da Vladimir Yakunin, vecchio amico di Putin. La sua uscita di scena, e quella di Sergei Ivanov, numero due del presidente dai tempi del Kgb, fa sospettare proprio l’effetto delle sanzioni: enormemente ricchi e potenti grazie a Putin, gli uomini della vecchia guardia erano diventati anche più prudenti.

 

Arkady Rotenberg – ex allenatore di judo di Putin, oggi vincitore di tutti i mega appalti russi, dalle Olimpiadi ai gasdotti di Gazprom, al ponte con la Crimea, al sistema di pedaggio per camionisti che ha fatto esplodere la protesta in tutto il paese, affidato in gestione senza concorso al figlio di Arkady Rotenberg – si è visto sequestrare in Italia per colpa delle sanzioni immobili di lusso per 30 milioni di euro. Difficile pensare che questi personaggi siano disposti a perdere tutto in nome della Crimea riconquistata, che perfino il cantante di regime Iosif Kobzon – anche lui sotto sanzioni – ora definisce “un fardello insostenibile”.

 

Protestare però è inutile, come confessa nel libro di Zygar Yuri Kovalchuk (sanzionato come “banchiere del Cremlino”): “Se dico a Putin qualcosa che non gli piace, troverà subito altri che gli danno ragione”. Il rimpasto delle ultime settimane al Cremlino, con l’arrivo di funzionari molto più giovani e allineati, potrebbe essere un segno di questo avvicendamento. E intanto alla ribalta stanno salendo nuovi personaggi: il “cuoco di Putin” Evgheny Prigozhin, ristoratore pietroburghese entrato nelle grazie del presidente per aver servito personalmente a una sua cena con Chirac, oggi monopolista degli appalti per le mense dell’esercito, e un certo Piotr Kolbin, amico d’infanzia di Vladimir, ex macellaio diventato azionista di grandi società energetiche (si dice come prestanome di qualcuno innominabile), che avrebbe venduto a prezzi di favore tre appartamenti di lusso alla nonna della ginnasta Alina Kabaeva, indicata dal gossip come amante di Putin. Personaggi molto lontani da dossier come il disarmo nucleare o la battaglia di Aleppo, ma più vicini all’orecchio del presidente dei pragmatici della diplomazia e del governo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi