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Intervista all'addestratore inglese dei Caschi Bianchi in Siria

I civili che tirano fuori chi resta sotto le bombe in Siria sono anche un esempio di interferenza occidentale di successo, ci spiega James Le Mesurier, che da sempre lavora nei processi di stabilizzazione, con un occhio alla fiducia della popolazione.

5 Ottobre 2016 alle 06:18

Intervista all'addestratore inglese dei Caschi Bianchi in Siria

Un uomo dei Caschi bianchi durante un’operazione di soccorso nella zona di Bab Neirab ad Aleppo nell’agosto 2014 (foto LaPresse)

Questa che segue è l’intervista fatta a Istanbul, in Turchia, allo specialista inglese James Le Mesurier che ha fondato i Caschi bianchi. I Caschi bianchi sono un gruppo di volontari siriani che da tre anni si occupa di estrarre i vivi e i morti da sotto le macerie degli edifici colpiti dai bombardamenti nelle zone fuori dal controllo del governo. Quando hanno cominciato erano in venticinque, ora sono in tremila, con ogni genere di mestiere alle spalle, si stima che abbiano salvato circa sessantamila vite e hanno un budget annuale di circa ventisei milioni di dollari, che come spiegano loro arriva grazie ai contributi di governi democratici: Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Germania, Francia, Olanda e Danimarca. Tra i fondi che finanziano i Caschi Bianchi c’è anche quello creato in memoria della parlamentare inglese Jo Cox, uccisa a giugno pochi giorni prima del voto sulla Brexit. Fino a poco tempo fa i Caschi bianchi non erano ancora conosciuti sulla scena internazionale, ma nell’ultimo mese sono successe due cose che ne hanno accresciuto la popolarità. A metà settembre Netflix ha fatto uscire un documentario di quaranta minuti su di loro prodotto grazie a decine di ore di filmati girati durante le operazioni di salvataggio sotto i raid aerei. E a ottobre il governo di Bashar el Assad e il governo russo dopo la rottura della tregua fragile tentata con l’Amministrazione Obama hanno cominciato una campagna di bombardamenti aerei contro la parte est di Aleppo, in mano all’opposizione, che è stata definita “la più dura dei cinque anni di guerra”, ed è stato inevitabile che le operazioni dei Caschi bianchi finissero infine per attirare l’attenzione. Più di centoquaranta di loro sono già morti, perché lavorare sotto le bombe è un’attività quasi suicida. Una tattica usata dagli aerei da guerra è il cosiddetto “double tap”: c’è un primo bombardamento seguito a distanza di pochi minuti da un secondo bombardamento contro lo stesso punto per colpire i soccorritori (una tattica usata anche dai terroristi dello Stato islamico, però con le autobomba). Come tutto quello che riguarda il conflitto in Siria, anche i Caschi bianchi sono finiti in mezzo alla propaganda più rancida: il governo siriano, i media russi e alcuni siti di tendenza anti imperialista molto a destra o molto a sinistra sostengono che si tratta di “terroristi” o di “agenti dell’occidente” o anche di entrambe le cose (ovvio no?). Valga per i siriani che hanno la disgrazia di finire sotto un palazzo colpito l’antica regola del soccorso in mare, che è considerato un obbligo e che si presta a prescindere, senza considerazioni militari e politiche.

 

(Daniele Raineri)

 


 

Come e perché ha creato i Caschi bianchi?


Il mio background è nei processi di stabilizzazione. Lavoro in medio oriente da circa vent’anni. Ho lavorato in zone di conflitto in tutto il medio oriente, e l’approccio standard dei governi che vogliono stabilizzare degli stati falliti o fragili di solito segue due linee guida: la democratizzazione e il buon governo e il rafforzamento del settore della sicurezza. Questa è una semplificazione eccessiva, ma in generale queste sono le due opzioni. Ho speso tutta la mia carriera a lavorare sull’una o sull’altra. Ho iniziato a lavorare in Siria nel 2011 e quello che ha iniziato a prendere corpo era il solito lavoro di supporto secondo manuale: sostenere un paese che stava cadendo verso una instabilità drammatica e implementare una serie di programmi di democratizzazione e buon governo per la popolazione siriana. Quello che stava succedendo sul campo, però, soprattutto verso la fine del 2012, era terribile. La popolazione civile siriana era bombardata dallo stato con tutte le forze a sua disposizione, ed era senza difese. Chi viveva nelle aree non più occupate dal regime di Assad era bombardato e bombardato e bombardato. Poi all’inizio del 2013 ho fatto una riunione con i leader di queste comunità, e il messaggio è stato: “Abbiamo bisogno di aiuto perché siamo bombardati ogni giorno.

 

Chi lavorava con te a quel tempo?


Lavoravo con uno dei miei tanti partner che prestavano servizio ai governi. Ma tutti i programmi che offrivamo alla popolazione civile riguardavano la democratizzazione e il buon governo. C’erano un sacco di lezioni, di workshop, distribuivamo un sacco di equipaggiamento… e mi ricordo che loro ci ringraziavano per i computer portatili e per gli strumenti di comunicazione che li aiutavano a connettersi a internet, ma aggiungevano che questo non li aiutava a proteggersi dalle bombe. Quell’incontro mi ha lasciato davvero scoraggiato. Ma mi ha costretto a riflettere, e il risultato è stato un meeting con una fantastica organizzazione di soccorso con sede qui a Istanbul, AKUT. Ora, la zona di Istanbul è incredibilmente sismica e così AKUT ha un team di bravissimi volontari che normalmente fanno ciascuno il suo lavoro ma che se c’è un terremoto si mettono in azione e soccorrono le persone intrappolate sotto ai palazzi. E’ difficile vivere a Istanbul senza pensare che prima o poi nel corso della vita capiterà un gigantesco terremoto. Così ho incontrato il capo di queste squadre di soccorso e l’idea è stata: se voi potete soccorrere le persone da un palazzo che è crollato in seguito a un terremoto, forse è possibile salvare le persone da un palazzo che è crollato in seguito a un bombardamento? La sua risposta è stata che era ovviamente possibile ma che nessuno l’aveva mai fatto nel mezzo di una zona di guerra. Io avevo lavorato in molte zone di guerra ma in quel momento non sapevo ancora niente di ricerca e soccorso ma sapevo molto delle zone di guerra, mentre lui sapeva molto di ricerca e soccorso e molto poco di zone di guerra. Così quella stessa settimana lui ha portato alcuni suoi collaboratori e io ho portato due dei miei, e abbiamo chiesto ad alcune persone che venivano da Aleppo di portare alcune testimonianze di palazzi crollati – fotografie e video – e abbiamo fatto brainstorming per un paio di giorni.

 

Come avete scelto le persone che venivano da Aleppo?


Uno era tra i partecipanti del primo incontro [con i leader delle aree tenute dall’opposizione siriana] che aveva insistito molto sul fatto che la sua gente era bombardata e c’era bisogno d’aiuto. Gli altri erano persone con cui eravamo in contatto grazie al nostro lavoro. Ma l’estensione dei bombardamenti era tale che si poteva fermare chiunque per strada e chiedere: “Vorrei che mi dicessi com’è essere bombardato”, e avresti avuto una risposta pregnante. Così abbiamo fatto questo brainstorming e ci è venuta l’idea di un breve corso di sette giorni per istruire dei volontari – presi letteralmente dalla strada –, dare loro un po’ di training e un po’ di equipaggiamento e poi mandarli indietro a salvare vite. Abbiamo tenuto il primo corso nel marzo del 2013 per ventidue banchieri, muratori, autisti di taxi, idraulici ed elettricisti provenienti da un piccolo villaggio giusto a nord di Aleppo, chiamato Hraitan. Queste persone non sapevano nemmeno cosa aspettarsi e in sette giorni li abbiamo istruiti e mandati indietro a salvare vite. Sono tornati indietro un venerdì, mi ricordo, perché quella domenica ci hanno mandato [un video] via email di un soccorso che avevano fatto quella mattina e che mostrava una famiglia salvata. Dicevano che se non avessero ricevuto l’equipaggiamento quella famiglia sarebbe morta.

 

Che tipo di equipaggiamento avete mandato?


In quel momento soltanto degli strumenti di scavo basilari che funzionavano a batterie e strumenti di soccorso – equipaggiamento che potesse essere portato a mano. C’era da un lato l’equipaggiamento che serviva per trovare qualcuno sotto un palazzo e poi, una volta che la persona era stata trovata, c’era l’equipaggiamento per scavare in maniera sicura e rapida nel cemento per arrivare alla persona intrappolata. Così persone normali prese dalla strada, con un po’ di istruzioni e un po’ di attrezzi giusti, dopo due giorni stavano già salvando vite. Questo succedeva nel marzo 2013. Oggi (fine maggio 2016) ci sono 114 team in tutto il paese con poco meno di tremila volontari che hanno salvato più di cinquantamila persone.

 

Mi puoi parlare di questi corsi?


Il primo corso che abbiamo tenuto era per Aleppo, il secondo per Idlib. Nel secondo corso, c’erano 21 persone, 19 delle quali sono ancora con i Caschi bianchi. Uno di questi è Majd Khalaf (ora fa parte del team di comunicazione negli uffici di Istanbul) e uno era Raad Salah, che oggi è il capo dei Caschi bianchi. Da allora abbiamo fatto più di cinquanta corsi. Abbiamo iniziato con la ricerca e il soccorso urbano ma oggi abbiamo dei training più avanzati che includono la rimozione di bombe inesplose, corsi medici avanzati, corsi di soccorso dagli attacchi chimici, corsi di gestione avanzata e di risposta d’emergenza – tutto ciò che può servire per un’organizzazione di ricerca e soccorso ad ampio spettro. I corsi erano tenuti in paesi amici vicini. Qui in Turchia, nel sud della Giordania, ma a partire dall’anno scorso i migliori studenti sono stati addestrati come istruttori e ora abbiamo settantacinque istruttori che lavorano in sei differenti centri di addestramento dentro la Siria: tre a nord, due nella parte centrale del paese e uno al sud. A questo punto, tutto l’addestramento, eccezion fatta per le parti più tecniche, è fatto in Siria da istruttori siriani, e questo è un grande successo. A questo punto, loro possono insegnarci più cose di quante noi non ne possiamo insegnare a loro.

 

Dove sono i centri esattamente?


Purtroppo, 125 dei nostri volontari sono stati uccisi (fino al maggio 2016). Cinque sono stati uccisi soltanto un paio di settimane fa in un centro nel nord della Siria, ad Atareb. Sei mesi fa vi avrei detto tranquillamente dove sono i centri. Bombardare i centri di difesa dei civili è una violazione del diritto internazionale umanitario nello stesso modo in cui lo è bombardare gli ospedali. Purtroppo, come abbiamo visto anche di recente in Siria, questi avvenimenti sono all’ordine del giorno. Per cui cerca di capire che non posso fornire più dettagli oltre al fatto che i centri sono sei.

 



Un Casco bianco soccorre un bambino nel quartiere di al Firdous ad Aleppo lo scorso giugno (foto LaPresse)


 

Ho sentito da diversi membri della difesa civile storie delle difficoltà che hanno dovuto affrontare, soprattutto all’inizio, per arrivare in Turchia e ricevere l’addestramento e tornare di nuovo in Siria. Hai qualche storia sull’addestramento o sulle difficoltà incontrate per entrare a farvi parte?

 

Durante un corso di addestramento nell’estate del 2014, il secondo giorno abbiamo visto uno dei ragazzi che zoppicava e gli abbiamo chiesto se tutto andava bene. “Sì, tutto ok, non preoccupatevi”, ha risposto. Il terzo giorno, visto che chi partecipa ai corsi indossa uniformi leggere color ocra, abbiamo visto del sangue all’altezza del suo polpaccio e infine ha ammesso che era stato colpito prima di iniziare il viaggio. Aveva una semplice banda elastica sulla ferita. Un pezzo di proiettile aveva perforato una parte del suo polpaccio ed era finito dall’altro lato. Credono così tanto in quello che stanno facendo. Il fatto di viaggiare dopo essere stati colpiti da un proiettile nella gamba e camminarci sopra per quattro giorni. E’ straordinario. Temeva che non gli avremmo consentito di prendere parte ai corsi se ci avesse detto quel che gli era successo.

 

Hai fondato l’organizzazione Mayday Rescue nel 2014. Perché c’era bisogno di crearlo e in che modo è separata dalla Syria Civil Defense?


Mayday è una ong internazionale. Ho visto i risultati dei primi addestramenti e, in base alla mia esperienza di lavoro in zone di guerra, ci sono miliardi di dollari che vengono spesi nelle forze di polizia, per ricostituire gli eserciti, per ricreare i governi e i governi locali e ricostruire le scuole. Non avevo mai visto però programmi pensati per creare dei team di soccorso locali, e l’idea mi è venuta da un sondaggio sulla fiducia del pubblico nei confronti delle varie professioni. Il primo schema mostrava le professioni di cui ci si fida di meno. Visto che il sondaggio era globale, faceva riferimento a zone di conflitto in giro per tutto il mondo in posti come Iraq, Afghanistan, Yemen, Somalia, Siria. Al più basso livello di fiducia c’erano i funzionari pubblici eletti, i poliziotti e i soldati. Mi ricordo che guardando quel sondaggio pensai che fosse strano, perché le persone che addestriamo nei nostri programmi di democratizzazione e buon governo e in quelli basati sulla sicurezza sono tutte persone che godono del più basso livello di fiducia presso la popolazione di quei paesi. Ricordo di aver girato pagina – ricordate che stavo facendo addestramento di salvataggio – e di aver visto il secondo schema, quello con le professioni che godono di maggior fiducia. E non solo negli stati in guerra ma in tutto il mondo, queste professioni sono i soccorritori, i paramedici – e negli stati occidentali i pompieri e i militari. Ma guardando solo agli stati più fragili, le più fidate erano le professioni di servizio. E quello che mi ha colpito è che non c’era nessun programma internazionale di peso – o nessuno programma che potessi trovare – che sfruttasse l’idea della fiducia pubblica per gestire servizi essenziali nel mezzo delle zone di guerra. Immagina di essere un membro della comunità o di un villaggio in Iraq, Yemen, Afghanistan, Somalia. Cosa ti interessa di più? Vuoi dollari che saranno spesi per il tuo governo locale o per i poliziotti o per la gendarmeria fuori dal villaggio? O vuoi che questi soldi siano spesi in gruppi di abitanti del villaggio che saranno lì per te se qualcosa succede? Non c’è nessuna ong al mondo che lavori in questo spazio. Così ne ho creata una, e questo è Mayday.

 

Shelly Kittleson è una giornalista freelance americana che spesso lavora sul confine turco-siriano.

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