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Il manifesto ideologico di Theresa May

Alla conferenza del Partito conservatore a Birmingham, si conferma la linea che è stata formulata dall’ispiratore del premier, il misterioso Nick Timothy che le fa da chief of staff e che è stato definito “l’uomo che decide a Downing Street”.

5 Ottobre 2016 alle 21:00

Il manifesto ideologico di Theresa May

Theresa May alla conferenza a Birmingham (foto LaPresse)

Milano. Mercoledì Theresa May, premier britannico, ha chiuso la conferenza del Partito conservatore a Birmingham rilanciando il suo appello alla “gente normale”, che costituisce quel “centro” che i Tory ora vogliono occupare. Le espressioni più utilizzate sono state “il cambiamento deve arrivare”, “ognuno gioca con le stesse regole”, “un paese che funziona per tutti” (slogan che compare anche su tazze, magliette e merchandising vario), “working class”; la Brexit è stata citata un po’ meno, ma la May ha detto di avere “un piano” e subito dopo ha fatto la battuta più applaudita dell’intero discorso: “Riuscirà Boris Johnson a rimanere in linea per quattro giorni interi?”. Ironie a parte, i commentatori sono abbastanza compatti nel dire che questo è stato il discorso più ideologico tenuto dalla May finora, quello in cui si è capito che vuole uno stato interventista dal punto di vista economico (pericolo: anche nei confronti della Banca d’Inghilterra, visto che ha detto che bisogna porre fine “ai tassi di interesse superbassi e al Quantitative easing”, anche se poi quel passaggio è stato spiegato e addolcito nel post discorso) e una politica dura nei confronti dell’immigrazione.

 

Secondo la sintesi del columnist dell’Economist Jeremy Cliffe: “Più a sinistra in economia, più a destra sulla società, un conservatorismo più incentrato sullo stato e cristiano-democratico”. La svolta rispetto all’approccio liberale del predecessore David Cameron (citato un’unica volta) è compiuta, e questo era già nell’aria, ma la preoccupazione più grande mercoledì era la stretta sull’immigrazione, il controllo dei lavoratori stranieri (che sui social si sono scatenati, tra ironia e agitazione) annunciato dal ministro dell’Interno, Amber Rudd. Simon Schama, raffinato storico inglese con un gran rimpianto per la vittoria della Brexit, ha tuittato: “La richiesta alle aziende di fare l’elenco dei lavoratori stranieri è misera e sinistra: quanto velocemente il paese sta scivolando verso l’Anglo-Trumpismo”. La richiesta è stata poi parzialmente ridimensionata dalla stessa Rudd.

 

Il balletto su mercato unico e libera circolazione – questione cruciale – non è destinato a finire qui, visto che il negoziato con l’Unione europea inizierà a marzo. Ma nella definizione della leadership di May – il cosiddetto “maysmo” – rientra soprattutto la volontà di creare un partito del popolo e di utilizzare l’intervento dello stato “per riparare” gli errori di un liberismo sfrenato. Questa è la frattura con il passato, un’arma per andare a rubare elettori al Labour di Jeremy Corbyn, che giovedì è, secondo la May, l’unico “nasty party” del Regno Unito. Si conferma così la linea ideologica che è stata formulata dall’ispiratore del premier, il misterioso Nick Timothy che le fa da chief of staff e che è stato definito “l’uomo che decide a Downing Street”.

 


Nick Timothy (foto LaPresse)


 

Riconoscibile per la sua barba, il trentaseienne Timothy non ama parlare né ama che si parli di lui, nei suoi tanti ritratti pubblicati dai media manca sempre la sua voce (e quella del suo entourage), ma per avere la conferma della perfetta sincronia tra il suo pensiero e quello della May basta andare a vedere gli articoli che Timothy scrisse su ConservativeHome in un breve periodo in cui, tra il 2015 e il 2016, non lavorava con la May. Ci sono gli stessi riferimenti alla “gente normale”, al “centro da riconquistare”, agli “eccessi” del neoliberismo, soprattutto al paese che deve funzionare per tutti, che è la sintesi del maysmo, assieme a quel “prendere il controllo” sull’immigrazione che agita gli stranieri già nel paese, quelli in arrivo, gli interlocutori europei e anche i vertici dell’Ukip, che si vedono rubare terreno elettorale mentre sono di nuovo in una crisi di leadership.

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