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Ucciso dall'Isis

Il fotografo olandese Jeroen Oerlemans morto a Sirte era come quegli uccelli che volano al limitare della tempesta e vedono tutto prima degli altri

4 Ottobre 2016 alle 06:18

Ucciso dall'Isis

Jeroen Oerlemans

Roma. Domenica un cecchino dello Stato islamico ha ucciso il fotografo olandese Jeroen Oerlemans a Sirte, in Libia, mentre lavorava vicino al confine del Distretto tre, che è l’ultimo complesso di edifici ancora in mano al gruppo estremista dentro quella che è stata la loro “capitale”. L’avevo incontrato a giugno a Misurata, città che fa da retrovia e da tappa per le conversazioni un po’ per tutti durante quella battaglia ormai in corso da più di quattro mesi. Ricordo che raccontava un episodio buffo, era entrato in Libia senza problemi, la giornalista che doveva svolgere questo pezzo di lavoro assieme a lui invece era stata bloccata all’aeroporto per questioni indecifrabili di visto e rimandata in Tunisia, ma siccome sull’aereo non c’erano più posti liberi l’avevano piazzata nella cabina di pilotaggio assieme ai piloti (pura Libia, questa). Ricordo che ero sbarcato assieme alla “sua” giornalista alle quattro del mattino, le guardie libiche avevano cominciato a fare storie per il suo equipaggiamento protettivo, giubbetto antiproiettile ed elmetto, entrambi neri, l’avevano obbligata a estrarli dalle custodie, si chiedevano se non fosse troppo, se ci fosse qualcosa di sospetto. Due giorni fa lo stesso equipaggiamento non è bastato a Oerlemans, il proiettile è passato di fianco dove il giubbetto lascia scoperta parte del corpo.

 

Avrei voluto chiedere a Oerlemans del rapimento in Siria nel luglio 2012, era stato catturato assieme a John Cantlie, il fotografo inglese che da anni è ostaggio dello Stato islamico e fa la parte del protagonista – non si sa quanto di sua volontà – in alcuni video di propaganda. Il loro sequestro era stato un po’ fantozziano, erano arrivati camminando nel mezzo di un accampamento di jihadisti vicino al confine turco e si erano fermati a salutare. Quell’episodio segnò il momento in cui l’euforia del 2011, in cui ai giornalisti bastava andare sul posto per raccontare i fatti e contare sull’aiuto dei locali, lasciò il posto a una nuova èra di problemi: il nemico non erano più soltanto i posti di blocco, gli aerei e i tank del governo davanti ai reporter, erano anche i fanatici omicidi mescolati ai ribelli, dietro ai media, a caccia dei media. Oerlemans e Cantlie erano finiti nelle mani di un gruppo di volontari stranieri che non era ancora Stato islamico ma che aspirava tanto a esserlo, e per questo organizzò il loro sequestro. Tra quelli c’era anche un dottore del servizio sanitario nazionale inglese, di origini pachistane, Shajul Islam. Provarono a fuggire, furono riacciuffati, dopo una settimana furono liberati dai ribelli siriani che in quella fase avevano ancora la forza di trovare e controllare gli estremisti. L’avrebbero persa ben presto.

 

Avrei voluto chiedere a Oerlemans di quel periodo, del capo che li teneva prigionieri (che poi è diventato un pezzo grosso dello Stato islamico), ma pensai: “Se non tira fuori lui quella storia, non gliela chiederò io”. Cantlie fu risequestrato quattro mesi dopo. Shajul Islam è rientrato a Londra, è stato cacciato dall’Ordine dei medici britannico e oggi è di nuovo in Siria. Oerlemans era rientrato a far parte di quei fotoreporter d’élite che talvolta con i loro obbiettivi sensibili vedono sul campo le cose prima che se ne accorgano i governi, gli eserciti e la grande stampa, come quegli uccelli che volano al limitare delle tempeste. Lo Stato islamico, che quattro anni fa non era in Libia, lo ha raggiunto di nuovo a Sirte.

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