cerca

Peres, il grande conciliatore che ha dato a Israele qualcosa di meglio della pace: la sicurezza

Un ebreo polacco figlio di un commerciante e di una bibliotecaria, che univa il gusto francese della causerie al pragmatismo severo e alla dolcezza dei sabra, i nati in Israele. Nella biografia di Shimon Peres, scomparso stanotte a 93 anni, c’erano tutti gli elementi della redenzione dello stato ebraico.

28 Settembre 2016 alle 09:59

Peres, il grande conciliatore che ha dato a Israele qualcosa di meglio della pace: la sicurezza

Shimon Peres (foto LaPresse)

Roma. Un ebreo polacco figlio di un commerciante e di una bibliotecaria, che univa il gusto francese della causerie al pragmatismo severo e alla dolcezza dei sabra, i nati in Israele. Nella biografia di Shimon Peres, scomparso stanotte a 93 anni, c’erano tutti gli elementi della redenzione dello stato ebraico: l’emigrazione dalla Polonia, i familiari che rimangono indietro e che vengono uccisi durante l’Olocausto (molti bruciati vivi nella sinagoga locale), il lavoro in un kibbutz come addetto al latte e poi come assistente personale al leader fondatore, David Ben-Gurion, che nel 1947 lo mise a capo del rifornimento di armi per l’Haganah. Nella sua lunga carriera, Shimon Peres è stato accusato dagli israeliani di tante cose: inautentico, troppo formale, non ha mai servito nell’esercito, parla con un accento da eterno immigrato ashkenazita, francofilo, dandy, opportunista, “morbido con gli arabi”, troppo vicino agli americani, idolo di Ha’aretz, apparatchik. Se ne va l’ultimo dei padri fondatori dello stato ebraico, l’ultimo “hakazen”, grande vecchio.

 

Altro che colomba: nel 1967, contro il parere di Ben Gurion, fu Peres a insistere per la presa del canale di Suez; fu sempre Peres, contro il parere di Yitzhak Rabin, a sostenere il raid a Entebbe, e fu sempre lui nel 1982 a stringere un patto con i cristiani libanesi. Un paradosso vivente, Peres. Amato da Washington, dall’Europa, da re Hussein, dagli sceicchi, dalle élite, Peres è stato a lungo incompreso in patria. Per questo non ha mai vinto una elezione. “The loser”, il perdente, era il suo soprannome prima che assumesse una presidenza di grande successo. Il suo portamento elegante, la sua frequentazione di artisti e intellettuali, lo ha inviso spesso alla maggioranza degli israeliani, così diversi da lui. “Non c’è un capitolo nella storia dello Stato di Israele, in cui Shimon non abbia preso parte”, ha detto ieri il premier Benjamin Netanyahu, che ha ricordato che alcune delle decisioni di Peres che hanno garantito sicurezza a Israele rimarranno per sempre segrete. Per una vita, Peres ha cercato di dare al suo paese la pace con i palestinesi, perché da pragmatico vedeva nella stagnazione politica un pericolo per gli ebrei. Nutriva una visione mistica, utopistica e globalista del medio oriente: Israele come luce fra le nazioni e ponte per la modernizzazione della mezzaluna. Ha fallito. Ha avuto successo, invece, nel suo progetto più controverso: la costruzione degli insediamenti e della bomba atomica. Sì, il Nobel per la Pace, il padre degli accordi di Oslo, l’uomo che strinse la mano ad Arafat, ha costruito le detestate “colonie” quando era ministro della Difesa dopo la guerra del 1973. A cominciare dalla prima e dalla più contestata, Ofra, alla periferia di Ramallah (una foto ritrae Peres piantare il primo albero dell’insediamento). Fu Peres a dare ai coloni il permesso di “prendere le colline” attorno a Nablus e a costruire la prima e più grande colonia, Ariel. Una rete di insediamenti immaginata da Peres e che avrebbe dovuto difendere Israele “fortificando Gerusalemme e stabilendo il fiume Giordano come nostro confine di sicurezza”. Nel frattempo, gli insediamenti nel Golan erano da lui teorizzati come “un posto di blocco a nord-est per prevenire un attacco”. Nei momenti di crisi, come quando nel 2010 l’Unione Europea accusò Israele di colonizzare Gerusalemme, Peres rispose: “Abbiamo tutto il diritto di costruire lì”.

 

Ma il suo più grande successo risiede in un bunker nel deserto del Negev, a Dimona, dove si custodisce la bomba atomica con la stella di Davide. Peres è stato, infatti, il padre dell’infrastruttura civile militare israeliana e ha contribuito a forgiare un esercito popolare e democratico, usato come scuola di integrazione del paese. Fu Peres a costruire i jet dell’aeronautica militare. Fu Peres a convincere John Kennedy a dotare Israele delle più moderne armi da guerra. Fu Peres a importare i cannoni dal Canada nel 1951. Fu sempre questo ebreo polacco, con l’aiuto della Francia di Charles De Gaulle, a dotare Israele della bomba atomica, di cui gli israeliani non hanno mai ammesso apertamente l’esistenza. Fu Peres, “il dottor Sottile”, il wunderkind, il bambino prodigio dell’establishment militare, a trattare con gli scienziati e i francesi per ottenere il materiale e la conoscenza per realizzare la bomba. Fu Peres a portare in Israele Edward Teller, il grande fisico nucleare, padre della bomba all’idrogeno, e il gentiluomo direttore del Progetto Manhattan, Robert Oppenheimer. Come ha scritto Benny Morris, “Peres è ancora l’ex ministro della Difesa che ritiene che per avere un Israele stabile, le preoccupazioni per la sicurezza devono avere la massima priorità e che ogni possibilità di pace è in definitiva subordinata alla forza di Israele”. Peres ha fallito nel suo progetto di fare la pace con i palestinesi, ma ha dato a Israele qualcosa di più tangibile e di meno negoziabile: la difesa. Un conciliatore che passa alla storia come l’architetto della deterrenza del piccolo Davide conficcato nel cuore del mondo arabo-islamico.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi