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La guerra per il dominio dell'energia del medio oriente dietro lo stallo dell'Opec

Al fondo della questione dei dissidi interni al cartello dei paesi produttori c’è il fatto che le monarchie mediorientali in primis si stanno facendo la guerra per controllare le risorse petrolifere dell’area per il prossimo mezzo secolo. A complicare la vicenda, si aggiunge la presenza dell'Isis, che si finanzia rubando greggio.

28 Settembre 2016 alle 17:23

La guerra per il dominio dell'energia del medio oriente dietro lo stallo dell'Opec

(foto LaPresse)

Roma. Tutto quello di cui si parla in seno all'Opec in fatto di taglio della produzione del greggio e distribuzione delle quote di output sono amenità. Il livello di produzione non ha nulla a che fare con il prezzo del greggio in commercio. Se prendo tutto il petrolio prodotto nel mondo (100 milioni di barili al giorno), una riduzione della produzione di 1 milione di barili – cioè quello che l’Opec vorrebbe fare – equivale all’1 per cento della produzione totale mondiale: è una percentuale risibile. Eppure tutto questo motiva pesanti querelle geopolitiche. Al fondo della questione dei dissidi interni al cartello dei paesi produttori c’è il fatto che le monarchie mediorientali in primis si stanno facendo la guerra per controllare le risorse petrolifere dell’area per il prossimo mezzo secolo.

 

Nel momento in cui c’è questo scontro in corso, i paesi coinvolti devono fare dei sacrifici – l’Arabia Saudita, ad esempio, ha tagliato gli stipendi dei dipendenti statali, scelta simbolica e quasi cosmetica, tuttavia significativa. La partita si gioca su chi tra Arabia, Iran, Emirati, Iraq, avrà il ruolo di leader dell’area. In tutto questo l’Isis è un fattore destabilizzante permanente che fa comodo a molti attori in gioco, eccetto l’Iran (e la maggioranza irachena che è filo-iraniana), ma compresa la Turchia che infatti spera in una annessione o una forte influenza sui territori del nord Iraq e del nord della Siria. Le possibilità di successo di una conferenza Opec sono equivalenti a quelle del raggiungimento della tregua e della pace attorno ad Aleppo.

 


Da tempo assistiamo ad eventi tragici originati dalla crisi del medio oriente (Iraq, Iran, Turchia, Kurdistan, Isis, Arabia Saudita, Yemen) che ricadono sul resto del mondo in modo drammatico (torri gemelle, Bruxelles, Parigi, Nizza, Nigeria, Bangladesh…).
Alcune analisi individuano come loro elemento unificante la contrapposizione e l’impossibile integrazione fra islamismo e cultura occidentale. La guerra oggi in corso sembra avere come uno degli obiettivi il controllo dell’energia dei prossimi decenni.
Una domanda potrebbe aiutare a focalizzare meglio il problema: era possibile, tecnicamente, fermare l’Isis appena nato, qualche anno fa? Era possibile, ma non è stato fatto.

 

Troppe parti in causa hanno sperato di trarre vantaggio dalla destabilizzazione provocata dall’Isis e, pur sostenendo la lotta al terrorismo, hanno lasciato fare. C’è chi ha sperato che l’Isis consentisse un ri-bilanciamento del potere in Iraq, diminuendo il peso della maggioranza sciita e filo-iraniana, chi ha pensato al distacco di aree, ricche di petrolio e gas, del nord Iraq e Siria per la creazione di uno stato curdo o viceversa per una estensione dello stato turco in questi territori, chi ha voluto impedire il processo di stabilizzazione irachena ed il ritorno alla normalità dell’Iran, chi ha cercato di spezzare finalmente in due la Libia per acquisire un controllo diretto delle riserve di idrocarburi.

 


La presa del controllo, da parte dell’Isis, del nord dell’Iraq, ha consentito loro di appropriarsi del petrolio di quelle regioni, che è trasportato,  attraverso il confine turco-iracheno, con centinaia di autobotti al giorno, in modo “illegale”. Come è stato possibile che queste colonne di autobotti che trasportavano petrolio “rubato” all’Iraq finisse in importanti terminali del Mediterraneo senza essere notato? Eppure dall’esportazione di questo petrolio è derivata la principale fonte di finanziamento dell’Isis. Ovviamente, è difficile dipanare la complessa tela costruita intorno all’affare Isis ed è quasi impossibile comprendere le varie strategie di contrasto. Cosa c’entra tutto questo con la lotta fra islam e cristianesimo?

 


Ricordiamo tutti le crociate, guerre apparentemente di religione per la liberazione di Gerusalemme, in realtà, per il controllo dei mercati del Mediterraneo. Le guerre sono terminate non perché le religioni avessero risolto i contrasti, ma, perché, dopo la scoperta dell’America, i flussi commerciali si sono spostati dal Mediterraneo all’oceano Atlantico ed Indiano. Repubbliche marinare e sultanati vari, i due contendenti delle opposte sponde del Mediterraneo, non hanno capito le nuove sfide del mondo ed hanno dovuto lasciare campo libero alle nuove potenze marinare e commerciali europee. Oggi la guerra riprende perché nel golfo Persico si trova il 50% delle riserve mondiali accertate di idrocarburi con la prospettiva di circa 100 anni.

 

Saltati gli equilibri storici che vedevano due aree di influenza nell’area del Golfo, una filo americana (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati), l’altra a interesse europeo e russo (Iraq, Iran), oggi sembra essere tutto in discussione, tutti contro tutti finche’ non si troverà un nuovo assetto. Negli Stati Uniti, si è parlato della “quasi” indipendenza energetica, raggiunta grazie a shale gas e shale oil, che avrebbe dovuto rendere meno rilevante l’importazione di petrolio dal golfo Persico, riducendo il potenziale “ricatto” dei paesi di quell’area verso l’occidente. E’ successo il contrario. Per ridurre la dipendenza energetica, gli Stati Uniti dovranno investire in nuove tecnologie di produzione dei carburanti dal petrolio (raffinerie più sofisticate) o dal gas naturale (processi gas to liquid) e rendere il parco auto più compatibile a queste innovazioni. Si tratta di un ambizioso progetto di lungo periodo.

 


Tutti i paesi industrializzati hanno lo stesso problema energetico. Ancora per qualche decennio occorrerà garantirsi le importazioni di petrolio per i trasporti ad un prezzo caratterizzato da volatilità e competizione. Solo in Italia ci permettiamo il lusso di “immaginare” che “il petrolio ormai te lo tirano dietro”, che possiamo chiudere i giacimenti nazionali, che possiamo permetterci la paralisi del sistema di governo negli scontri fra stato e regioni.

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