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Incontrare Peres

Il giorno dell’incontro a Tel Aviv le domande vertevano sul terrorismo, ma lui quasi le disperdeva con un gesto paziente della mano e sosteneva che l’estremismo è un rigurgito antistorico destinato a essere sconfitto: “Prendete Hamas: è un fenomeno transitorio, non esisterà in futuro”.

28 Settembre 2016 alle 20:19

Incontrare Peres

Simon Peres (foto LaPresse)

Roma. Qualche mese fa in Israele ho incontrato Shimon Peres nella sede della sua fondazione per la pace a Tel Aviv, un edificio pazzesco tutto in vetro sulla riva del mare, e mi aveva colpito per il tono ottimista quando avevo avuto l’occasione di scambiare un paio di domande e di risposte. La conversazione con Peres era arrivata alla fine di una visita che già sfidava la visione convenzionale che si ha del medio oriente qui nell’Europa in crisi di panico. Ero stato sulle alture del Golan, dove militari di massimo venticinque anni aprono i posti di blocco al confine con la Siria per ricevere i ribelli siriani feriti nei combattimenti contro gli assadisti e poi li trasportano negli ospedali israeliani del nord per prestare loro cure mediche.

 

“Posso fotografare?”, chiedevo, e loro facevano di sì con le spalle, fai pure, meglio però se non li inquadri in viso perché poi potrebbero avere problemi quando sono guariti e li riaccompagniamo di là. Israele lo fa per ragioni umanitarie e anche perché vuole coltivare rapporti di buon vicinato con i locali: in quella zona già s’avanzano gli arcinemici di Hezbollah e i generali iraniani, arrivano in tour fino a poche centinaia di metri dai reticolati, meglio avere qualche amico di là (pragmatico no? meglio avere qualche amico oltre il confine, capire le differenze che esistono fra i siriani, andare oltre la versione “tutti cattivi, tutti pericolosi” semplificata in occidente a misura di spettatori a competenza zero).

 

Incontrare Peres era stato come vedere incarnata quell’attitudine pratica e poco pregiudiziale osservata poco prima sul Golan – per di più incarnata con modi eleganti e una voce che avrebbe indocilito un dirottatore d’aereo. A novantatré anni Peres parlava senza più dover rendere conto a nessuno e dall’alto di una lunghissima traiettoria politica spesa per intero a difesa di Israele. A essere precisi, la Missione di Peres era cominciata ancora prima di Israele, perché Peres ha lavorato con l’Haganah a partire dal 1947 (l’Haganah era la durissima forza di autodifesa che letteralmente creò lo stato ebraico combattendo nella guerra agli arabi), ed è poi stato al fianco di David Ben-Gurion, Moshe Dayan e Ariel Sharon. Il Jerusalem Post lo definisce “l’architetto del programma atomico israeliano”, perché fu lui a eseguire con successo il piano che portò alla creazione di Dimona, la centrale nucleare di Israele che fece da preludio al programma atomico militare.

 


 


 

Naturalmente il giorno dell’incontro a Tel Aviv le domande vertevano su Stato islamico, Siria, Iran, cronaca spicciola della sicurezza nazionale, ma lui quasi le disperdeva con un gesto paziente della mano, descriveva una sua visione delle cose per niente cupa e sosteneva che l’estremismo è un rigurgito antistorico destinato a essere sconfitto: “Prendete Hamas: è un fenomeno transitorio, non esisterà in futuro”. Parlava di una situazione regionale ancora in potenza e tutta da decidere e prendeva in giro sottilmente l’incapacità di capire e immaginare il cambiamento in corso: “Vi rendete conto, disse, che per il sessanta per cento gli studenti nelle università arabe sono donne? Vi rendete conto, disse, che ci sono trecentosettanta milioni di arabi e che il sessanta per cento di loro ha meno di venticinque anni? Tutti conoscono soltanto quello che è accaduto in passato, anche gli esperti conoscono soltanto il passato e nulla di ciò che potrebbe accadere in futuro”.

 

Poi diede una bella definizione dei fanatici sciiti e sunniti, per l’occasione messi in un mazzo solo: sono quelli che provano a bloccare questo cambiamento, “non lasciano che questa nuova età del cambiamento inizi”. Ma questi – che a giudicare dal luogo si pensava dovessero essere i protagonisti principali dell’incontro: i palestinesi! gli sciiti iraniani! i sunniti di Abu Bakr al Baghdadi! – non erano che parti di un discorso generale che prendeva molto di più Peres: il fatto che la politica è in crisi perché non riesce a vedere il cambiamento, non riesce a immaginarlo e ad adattarsi. “Oggi i governi sono troppo indietro rispetto alle aziende, non hanno compreso che il passato è immobile, è morto, e che alcune imprese ad alto contenuto tecnologico fanno molto di più per la popolazione mondiale di quanto non riescano a fare gli stati”. C’era quasi un tono impaziente nella voce gentile, come a dire: possibile che debba essere io a spiegare queste cose?

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