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Alleanze tossiche

Con il raid al convoglio umanitario, le premesse a un accordo globale tra Stati Uniti e Russia sono morte assieme al personale dell’Onu, i giornali scrivono che questo è un “new low”, correndo il rischio che c’è sempre in Siria, quello di dover sancire un nuovo record al ribasso il giorno successivo.

22 Settembre 2016 alle 06:18

Alleanze tossiche

Il segretario di stato americano John Kerry alle Nazioni unite (foto LaPresse)

Milano. Domenica scorsa i gruppi di opposizione al regime siriano hanno avvertito l’Onu: la zona di destinazione degli aiuti previsti per domani – la periferia di Aleppo – non è sicura, ci sono stati bombardamenti delle forze governative, è un’area molto pericolosa. Stava concludendosi la settimana del cessate-il-fuoco concordata tra Stati Uniti e Russia e l’accordo prevedeva non soltanto di fermare i bombardamenti ma anche – soprattutto – di far passare i convogli umanitari delle Nazioni Unite e farli arrivare nelle cittadine stabilite in precedenza. Si sapeva tutto, insomma, dei tempi e del percorso degli aiuti: di più, questo era il suggello a quella “svolta positiva” nella crisi siriana che tutti attendono e che, nonostante l’evidenza, molti considerano legata al ruolo della Russia. All’allarme dei gruppi di opposizione, è arrivata una risposta: “I bombardamenti non sono un motivo per fermare i convogli”.

 

Il Wall Street Journal racconta che ci sono state precisazioni in seguito su quale dipartimento legato all’ufficio dell’Onu in Siria avesse fatto tale dichiarazione e “lo scambio di messaggi rivela le divisioni tra le agenzie dell’Onu con sede a Damasco sul rischio di consegnare gli aiuti nella provincia di Aleppo, nonché un certo grado di sfiducia nei confronti del governo siriano”. Per quanto assurdo possa sembrare – e lo è – la sicurezza dei convogli dell’Onu è sotto la responsabilità del governo di Damasco. Come si sa, quel convoglio è poi partito lunedì ed è stato colpito dall’alto, ci sono 20 morti, gli aiuti sono stati sospesi (ricominceranno, assicura l’Onu), le premesse a un accordo globale tra Stati Uniti e Russia sono morte assieme al personale dell’Onu, i giornali scrivono che questo è un “new low”, correndo il rischio che c’è sempre in Siria, quello di dover sancire un nuovo record al ribasso il giorno successivo.

 

Fonti di Washington dicono che il bombardamento è stato fatto da aerei russi: il sistema di sorveglianza americano ha seguito il movimento di due jet russi Su-24 dalla base di Latakia, gestita dai russi, in direzione del luogo in cui il convoglio è stato colpito. La confusione che c’è sul terreno in Siria fa spesso da alibi a versioni differenti su fatti controversi, nonostante l’evidenza, ma per il cielo della Siria l’alibi non vale: è un pezzo di cielo, questo, controllato dai radar più specializzati del mondo, non c’è bisogno di fare l’elenco di tutti quelli che hanno interesse a sapere che cosa accade lì.

 

I russi continuano a negare il loro coinvolgimento, accusano l’opposizione siriana dell’attacco, con i razzi naturalmente dal momento che non ha a disposizione un’aviazione, anche se nel video dell’esplosione del convoglio non si vede alcun missile. Il direttore della sezione di Aleppo dei “White Helmets”, il gruppo di volontari con l’elmetto bianco che danno aiuti dopo i bombardamenti, ha detto che le bombe sono durate per parecchio tempo; un attivista siriano intervistato dalla Bbc dice che si trattava di barrel bomb gettate da un elicottero. Alcuni sostenitori del regime sostengono che il blitz aereo è delle forze di Damasco, non dei russi, e aggiungono che si tratta di una rappresaglia per quel che hanno fatto gli americani a Deir Ezzor – l’attacco di sabato, un errore che è costato la vita a 62 soldati legati alle forze siriane, per il quale ci sono già state pubbliche scuse, nonché dichiarazioni di cordoglio di tutti i paesi alleati coinvolti.

 

Il segretario di stato americano, John Kerry, ieri ha detto che questo “è il momento della verità” e che chi pensa “che le cose non possano peggiorare ancora si sbaglia di grosso”. Il timore di un peggioramento è il motivo per cui ci si aggrappa a un accordo con la Russia e alla cosiddetta stabilità che la permanenza di Assad al potere garantirebbe al paese. Il Washington Post ha titolato un suo editoriale ieri: “La Casa Bianca tollera le atrocità in Siria”, un’accusa di complicità parecchio diretta, con una domanda: “Cosa dirà il dipartimento di stato quando, dopo aver unito le forze con la Russia, ci sarà un altro bombardamento di civili o di funzionari per gli aiuti internazionali e la Russia negherà ogni responsabilità?”.

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