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Il male e la desolazione del mondo. Che cosa ci dice la fotografia dell'arresto di Rahami

L’arresto del giovane afghano sospettato degli attentati dinamitardi in uno scatto. Perché se la lettura degli articoli su questo fatto ci mette di fronte alla storia di un’ennesima caccia all’uomo malvagio, la visione di questa immagine ci mette invece di fronte a una situazione unica e irripetibile, a un evento raccontato infinite volte, ma che non abbiamo mai visto prima e mai più vedremo dopo.

21 Settembre 2016 alle 06:15

Il male e la desolazione del mondo. Che cosa ci dice la fotografia dell'arresto di Rahami

Una medesima immagine accompagna gran parte delle brevi cronache che hanno diffuso nel mondo la notizia dell’arresto, in New Jersey, di un giovane afghano ricercato per gli attentati terroristici di sabato scorso a Manhattan, proprio a ridosso del quindicesimo anniversario della caduta delle Twin Towers.

 

Lo scatto ad Ahmad Khan Rahami, riverso per terra in una strada dei sobborghi di Linden, è uno scatto che avrebbe potuto fare chiunque di noi si fosse trovato a passare in quel posto in quel momento, per caso o per destino. Per questa ragione, lo scatto riguarda tutti noi, rivelando un aspetto della condizione umana contemporanea che soltanto la straordinaria scrittura tracciata dalla luce, che è la fotografia, riesce a comunicare, rispetto alla scrittura verbale di un normale testo di cronaca.

 

Laddove la lettura degli articoli su questo fatto ci mette di fronte alla storia di un’ennesima caccia all’uomo malvagio, raccontata per l’ennesima volta, con frasi e parole di circostanza sempre identiche, risapute e consumate sino alla nausea, eppure ogni volta scritte e riscritte come se fosse la prima volta, la visione di questa immagine ci mette invece di fronte a una situazione unica e irripetibile, a un evento certamente già successo e raccontato infinite volte, ma che, nel modo comunicato dall’immagine, non abbiamo mai visto prima e mai più vedremo dopo.

 

Rispetto al formato orizzontale, privilegiato dal giornalismo per ragioni di spazio da dare nell’impaginazione a titoli, sottotitoli, didascalie, assolutamente originale si presenta il taglio verticale dello scatto e la complessità dei diversi piani su cui esso è strutturato. Lo sguardo dell’osservatore è subito catturato dal primo piano sul lato basso dell’inquadratura: un triangolo di cemento del marciapiede con una pozzanghera su cui s’allargano i cerchi d’acqua della pioggia che cade, quindi una striscia d’erba, poi ancora una pozzanghera sul nero dell’asfalto bagnato, nel contrappunto tra il cofano bianco di un’auto e il grigio di un tombino. La scena apparentemente principale si svolge nella metà superiore, a distanza: sulla sinistra quattro uomini delle forze di sicurezza stanno fermi sulla doppia linea gialla di mezzeria, semicoperti da rami pieni di foglie oltre cui giace il terrorista, il protagonista del dramma, riverso sull’altro marciapiede della via, con il torso nudo disposto in una diagonale che prosegue verso un vecchio Maggiolino Volkswagen verde, abbandonato con le ruote posteriori sgonfie in un parcheggio sorvegliato da un poliziotto in divisa.

 

Quello che la fotografia ci fa vedere, e che rimane per sempre deposto nella camera oscura della nostra memoria, è il paesaggio urbano del mondo contemporaneo, poeticamente e profeticamente anticipato da T.S. Eliot ne “La terra desolata”. In questo luogo desolato, che può essere ogni luogo del mondo contemporaneo, sotto una pioggia battente, un uomo giace ferito, senza nessuno che gli stia vicino a soccorrerlo e aiutarlo. I testi degli articoli ci raccontano, con verità, che quell’uomo ha scelto il male e ha fatto del male ad altri uomini, eppure nella fotografia è lui l’uomo che vediamo star male. E’ su questa capacità di rivelazione del reale che si fonda la forza di verità della fotografia: quella verità ultima sull’uomo che si illumina soltanto nello sguardo di colui che si china a soccorrere chiunque cade a terra ferito dal male del mondo, sotto la pioggia che cade, e cadrà sempre, sul dramma della storia umana.

 

 

Giovanni Chiaramonte è docente allo Iulm di Milano e al dipartimento di Architettura di Cesena, è uno dei fotografi italiani viventi più originali e apprezzati. Ha esposto a Berlino, New York, alla Triennale di Milano e alla Biennale di Venezia.

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