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Puntare sul cavallo moscio

Cosa può fare l’Italia, che ora è legata all’uomo più debole della Libia

Serraj indietro nella gara con Bengasi, ha perso i terminal del greggio e i suoi non hanno voglia di scontrarsi con Haftar.

17 Settembre 2016 alle 06:18

Cosa può fare l’Italia, che ora è legata all’uomo più debole della Libia

Fayez al Serraj (foto LaPresse)

Roma. In Libia in questo momento tutte le fazioni sono troppo deboli per riuscire a prevalere sulle altre, ma l’Italia si è legata – momentaneamente, certo – alla più debole di tutte, quella guidata dal premier designato (dove designato è la parola chiave: diverrà mai premier della Libia?) Fayez al Serraj. Passiamo in rassegna le debolezze degli altri: l’uomo che comanda la Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, ha appena occupato i terminal del petrolio ma non può fare la guerra a Tripoli, nell’ovest del paese, perché a malapena è riuscito a disinfestare Bengasi (che è il suo cortile di casa) dallo Stato islamico e da altri battaglioni islamisti – anzi, non c’è ancora riuscito del tutto – e lo stesso discorso vale per la vicina città costiera di Derna, che a maggio Haftar aveva detto di voler conquistare salvo poi lasciare cadere il discorso. I battaglioni di Misurata, pezzo forte dell’esercito di Serraj, gli hanno appena detto che loro non combatteranno contro Haftar. I battaglioni sono forti, ma anche in questo caso le loro performance in campo non sono esaltanti: devono ancora finire di liberare Sirte dallo Stato islamico, hanno perso cinquecento soldati e se non ci fossero stati più di centocinquanta bombardamenti di precisione americani a partire dal primo giorno di agosto chissà se avrebbero vinto, è probabile che sarebbero ancora indietro di mesi.

 

In questo quadro di impotenze reciproche, che si osservano in cagnesco, c’è il premier designato Fayez al Serraj, che è rimasto senza controllo sui terminal del greggio perché se li è presi Haftar ed è rimasto pure senza armi perché i battaglioni di Misurata non intendono combattere al suo servizio. Senza greggio e senza armi, in Libia non si va lontano. Arturo Varvelli, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) specializzato in quello che accade nel paese nordafricano, dice al Foglio che uno scenario possibile è che Haftar aspetti semplicemente che Serraj diventi così debole e insignificante da non contare più nulla. “Il Parlamento di Tobruk, e in questo caso è la stessa cosa che dire: Haftar, non darà mai il via libera necessario alla nascita del governo di Serraj. Così, con in mano le strutture del petrolio e un esercito appoggiato da Egitto ed Emirati, Haftar può aspettare che Serraj si consumi da sé, soprattutto a causa dell’economia, che sta andando male”. Haftar sta facendo tutto questo per avere un posto nel governo di riconciliazione nazionale? “Sarebbe per lui limitante fare tutto questo soltanto per un posto da ministro della Difesa. Si aspetta di vedersi consegnato un ruolo, piuttosto, da decision maker in Libia”.

 

L’Italia ha scommesso su Serraj e la Francia ha scommesso su Haftar: chi sta vincendo? “L’Italia ha sponsorizzato il premier designato – per esempio a dicembre 2015 fu organizzata una conferenza internazionale a Roma, in cui Italia e Stati Uniti guidarono gli accordi e le intese che poi a marzo hanno portato Serraj a Tripoli – ma non è legata mani e piedi a lui, e comunque è ancora in tempo ad agire in seno alla comunità internazionale per salvare la situazione. E comunque tutti i dossier che ci riguardano sono a ovest, dall’energia all’immigrazione incontrollata fino alle preoccupazioni per la stabilità dell’area che passano per Libia e Tunisia. Abbiamo già gestito molto bene la transizione dal precedente governo di Tripoli, quello islamista con cui eravamo in rapporti cordiali, al suo successore, senza che ci fossero scossoni nelle relazioni. I francesi, invece, oggi sono visti malissimo nell’ovest. Dubito che potranno rimettere piede a Tripoli, dove noi stiamo per riaprire l’ambasciata”. E come si farà a convincere Haftar a un accordo? Ha tutte le carte buone dalla sua parte. “Con la pressione internazionale. In questo caso, l’Egitto conta tantissimo. Per esempio, c’è da mettere in chiaro che il Parlamento di Tobruk deve smettere di contare così tanto e di essere vincolante con le sue decisioni sul futuro di Tripoli”.

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