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Il blocco spagnolo dell’ex moderato Sánchez

Il leader del Partito socialista ha dato corpo a tutte le pulsioni più profonde della sinistra immobilista e tradizionale, lasciando spazio di crescita al populismo e creando un partito in cui le voci dissenzienti sono zittite.

6 Settembre 2016 alle 13:07

Il blocco spagnolo dell’ex moderato Sánchez

Pedro Sanchez (foto LaPresse)

Roma. Nell’estate del 2014, appena eletto segretario generale del Partito socialista spagnolo (Psoe), Pedro Sánchez disse che i suoi modelli di ispirazione erano l’ex premier Felipe González e il primo ministro italiano Matteo Renzi. Gli osservatori internazionali, che poco sapevano di quel giovanottone moro diventato a sorpresa leader del partito della sinistra spagnola, tirarono un sospiro di sollievo. González e Renzi sono, nel passato e nel presente, due esempi quasi paradigmatici della sinistra non ideologica, aperta, realista e moderata. Nel suo primo discorso da segretario, poi, Sánchez condannò populismi e demagogie, e il sollievo si estese. La Spagna ha trovato un leader moderato e ragionevole, pensarono tutti. In soli due anni, però, quel leader moderato è diventato il principale se non l’unico ostacolo alla risoluzione dello sblocco politico spagnolo, e in un certo senso il leader più intransigente della politica del paese – perfino se messo a confronto con Pablo Iglesias di Podemos, la cui intransigenza è sistemica: il blocco di Sánchez, invece, è cieco e ad personam.

 

Ieri il re e capo dello stato, Felipe VI, con un comunicato ha fatto sapere ai partiti che “per ora” non indirà nuove consultazioni dopo che la coalizione tra il Partito popolare (Pp) del premier facente funzioni Mariano Rajoy e i centristi di Ciudadanos guidati da Albert Rivera non è riuscita a ottenere la fiducia nel voto parlamentare di venerdì scorso. In due diversi voti parlamentari, a marzo e in questo mese, il frammentatissimo Parlamento spagnolo ha respinto i leader dei due principali partiti (prima Sánchez, poi Rajoy), e il re non vede altre possibilità di sbloccare la situazione a meno che le forze politiche non si decidano a “risolvere i problemi”. Nuove elezioni, le terze in meno di un anno, sembrano più vicine che mai, e analisti e cittadini concordano quasi unanimemente su un punto: questa volta ce l’avevamo quasi fatta, non fosse stato per Sánchez. Venerdì scorso, al leader socialista sarebbe bastato concedere che undici dei suoi si astenessero dal voto per dare al paese un governo.

 

Soluzione onorevole, visto che Sánchez era stato il primo dopo il tracollo socialista alle elezioni di giugno a dire che “gli elettori ci vogliono all’opposizione”, e che tutto il mondo che ruota intorno al centrosinistra spagnolo, dai grandi giornali (El País per primo) ai padrini politici (compreso Felipe González, che da modello e ascoltato consigliere si è presto trasformato in figura sgradita) vedeva nell’astensione un gesto di responsabilità dovuta. Il no ostinato di Sánchez ha superato però tutte le voci ragionevoli, ha fatto fallire il progetto Pp-Ciudadanos e trasformato il Psoe nel macigno che blocca la politica spagnola senza fornire alternative. Anzi: dopo settimane lunari in cui Sánchez ha reiterato il no a Rajoy senza ipotizzare un piano B, all’indomani del voto di venerdì il leader socialista ha provato a fornire una soluzione ancora più lunare alla crisi politica. Il neosegretario che rifiutava le demagogie appena due anni fa questo fine settimana ha avanzato la possibilità di allearsi con i demagoghi di Podemos, creando così un governo di sinistra-ultrasinistra che nei piani di Sánchez dovrebbe ricevere l’appoggio esterno di Ciudadanos. Prima ancora che fosse formulata con precisione, l’ipotesi è già stata rigettata dai leader di entrambi i partiti, con Iglesias che scrive su Twitter che nemmeno lui “ci capisce più niente”.

 

Giunto alla guida del Partito socialista con l’intento di creare una sinistra “vincente” e quasi quasi blairiana, pronto a portare i socialisti nel Ventunesimo secolo, Sánchez ha dato corpo a tutte le pulsioni più profonde della sinistra immobilista e tradizionale, lasciando spazio di crescita al populismo e creando un partito in cui le voci dissenzienti sono zittite, come ha detto ieri il governatore socialista dell’Extremadura Guillermo Fernández Vara, da tempo favorevole a lasciare governare Rajoy. I sondaggi delle prossime, ormai possibili elezioni di Natale (a meno di cambiamenti istituzionali la data designata è infatti il 25 dicembre) sono ancora molto incerti, ma su una cosa tutti concordano: Sánchez peggiorerebbe per la seconda volta il peggior risultato elettorale della storia del socialismo spagnolo.

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