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La caduta di Assange sul New York Times

I media liberal si accorgono dello spione solo dopo l’attacco ai Dem

2 Settembre 2016 alle 06:18

La caduta di Assange sul New York Times

Julian Assange (foto LaPresse)

Quando i grandi media liberal scelgono un eroe, hanno bisogno di tempo per capire che in realtà si tratta di un villano. Prendete Julian Assange. Da oltre sei anni la sua associazione, Wikileaks, pubblica con cadenza più o meno regolare documenti segreti e riservati, rubati da qualche server governativo o da qualche grande agenzia, pubblicandoli senza curarsi particolarmente dei nomi e dei dati in essi contenuti, della privacy, della pericolosità degli stessi. Quando Chelsea Manning (al tempo Bradley) trafugò migliaia di documenti del Pentagono sulle guerre americane in medio oriente, Assange non si preoccupò di vagliare quali file mettessero in pericolo la sicurezza americana, né lo fece con il successivo Cablegate. Assange predicava trasparenza assoluta e, nonostante le infinite critiche che gli sono piovute addosso, i media liberal gli sono sempre andati dietro con maggiore o minore convinzione, ricordando che nonostante le asperità del personaggio la sua battaglia era una buona battaglia.

 

Poco importa che l’obiettivo di Wikileaks siano sempre stati solo l’America e l’occidente, poco importa che Assange e la sua associazione, negli anni, abbiano mostrato un disprezzo crescente per le istituzioni liberali e una vicinanza sempre più preoccupante nei confronti del governo russo, che ha usato le campagne degli spioni per i suoi scopi propagandistici. Arriviamo al 2016 e all’ultima battaglia di Wikileaks, quella contro il  Partito democratico americano. Wikileaks pubblica, giusto in tempo per la convention democratica, una mole importante di comunicazioni interne al partito priva di vera rilevanza politica, ma abbastanza imbarazzante da gettare più di un’ombra sulla nomination di Hillary Clinton. Contestualmente, Assange inizia una campagna durissima contro la candidata democratica, che arriva a definire un “dèmone”. Passano poche settimane, e ieri il New York Times esce con uno “special report” durissimo, in cui racconta come Wikileaks sia ormai diventato un bastione dell’antiamericanismo a livello mondiale e certifica i rapporti ambigui con il governo di Vladimir Putin, mai sfiorato dalle rivelazioni di Wikileaks e anzi sempre difeso dall’associazione. Tutto vero, tutto giusto. L’eroe, finalmente, torna il villano che è sempre stato anche agli occhi dei media liberal. Forse sarebbe stato meglio svegliarsi prima, senza aspettare l’attacco ai Dem.

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