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La guerra di trincea repubblicana per difendere il Congresso

La fronda anti Trump si concentra sulle sfide al Senato per non lasciare tutto ai dem. Il precedente del 1996 quando il partito repubblicano ha de facto smesso di sostenere la disperata corsa di Bob Dole per concentrare gli sforzi sul mantenimento della Camera.

23 Agosto 2016 alle 10:29

La guerra di trincea repubblicana per difendere il Congresso

Donald Trump (foto LaPresse)

Roma. Sotto la superficie della sfida presidenziale fra Hillary Clinton e Donald Trump ribolle una campagna elettorale meno appariscente ma non meno rilevante, quella per il rinnovo del Congresso, al momento controllato dai repubblicani. Molti strateghi conservatori che si oppongono esplicitamente a Trump oppure lo sosterranno a naso turato a novembre dicono che le sfide al Senato sono anche più importanti di quella che deciderà il nuovo inquilino della Casa Bianca, e oltre 110 ex parlamentari hanno firmato una lettera aperta in cui chiedono al partito repubblicano di spostare energie e fondi elettorali dalla macchina presidenziale alle campagne di respiro statale per mantenere il controllo del Congresso. L’idea è organizzare una guerra di trincea per impedire che una vittoria di Hillary si trasformi in un devastante sacco dell’intero potere repubblicano. “Vista la probabilità di una amministrazione Clinton, sarà essenziale che la Camera e il Senato restino nelle mani dei repubblicani per porre un freno all’agenda Clinton”, ha detto il deputato uscente Reid Ribble, fra i firmatari dell’appello per un’accorta diversificazione degli investimenti elettorali.

 

Nei ranghi del partito gira molto il termine “blank check”, l’assegno in bianco che il Gop consegnerebbe nelle mani dei democratici se a novembre Hillary si ritrovasse alla Casa Bianca affiancata da un Congresso almeno per metà a lei favorevole. E’ la stessa espressione che circolava nel 1996, quando all’inizio dell’autunno il partito repubblicano ha de facto smesso di sostenere la disperata corsa di Bob Dole per concentrare gli sforzi sul mantenimento della Camera conquistata due anni prima con la leggendaria “republican revolution” guidata da Newt Gingrich. Alla fine Dole è stato sconfitto malamente da un Bill Clinton lanciato a tutta velocità verso la rielezione, ma la strategia del contenimento repubblicano ha funzionato: il Gop ha mantenuto la Camera e ha rosicchiato anche un paio di senatori agli avversari. Così i conservatori hanno impedito che una sonora sconfitta trasecolasse in una tragedia politica.

 

In questa tornata ci sono sei senatori repubblicani che si battono per essere rieletti in stati che Barack Obama ha conquistato nel 2012, mentre per i democratici l’unica sfida incerta è quella dello Utah, dove il leader dei senatori democratici, Harry Reid, non si ricandida. Bastano tre sconfitte per ribaltare la maggioranza, e gli occhi sono puntati in particolare su New Hampshire, Pennsylvania, North Carolina e Illinois, dove i senatori repubblicani in cerca di conferma stanno facendo spettacolari acrobazie politiche per separare le proprie campagne da quella di Trump senza arrivare a uno scontro aperto. Un esempio: la settimana scorsa Mike Pence, il candidato vicepresidente, ha spiegato in modo appassionato a una folla riunita a Manchester, nel New Hampshire, perché l’America ha bisogno che la senatrice Kelly Ayotte venga riconfermata, ma lei non era sul palco con il governatore, bensì in un’altra parte della città per parlare alla sua constituency. Come altri colleghi, anche Ayotte ha scelto la via del voto-senza-endorsement, posizione equidistante che nelle intenzioni dovrebbe salvare l’indipendenza dal candidato alla presidenza senza arrivare allo scontro.

 

Il problema, ha osservato il senatore Lindsey Graham, antagonista di Trump, è che gli avversari interni del candidato non possono permettersi di mollarlo troppo in fretta: “Sarà come Bernie nel film ‘Weekend con il morto’: bisogna farlo sembrare vivo anche se è morto”;questo spiega le manovre del capo del partito, Reince Priebus, che dopo una settimana in cui Trump ha smorazato toni e smussato posizioni ha subito tentato di capitalizzare i flebili segni di moderazione. Lo ha definito “disciplinato e maturo”, elogiando il uo “nuovo stile” che sarebbe anche il frutto del lavoro del nuovo timoniere della campagna, Kellyanne Conway. Il giorno dopo gli elogi istituzionali, Trump è tornato su Twitter per dare della “nevrotica” alla anchorwoman Mika Brzezinski, autrice assieme a Joe Scarborough di un programma “inguardabile”, mentre gli uomini della campagna smentivano le voci, trapelate durante il fine settimana, secondo cui Trump sta cambiando posizione sul rimpatrio degli 11 milioni di clandestini che vivono negli Stati Uniti.

 

Dirottare i finanziamenti

 

Dal punto di vista finanziario, la campagna di Trump ha una struttura essenziale, e per la verità piuttosto fragile, che sta in piedi soltanto grazie alla stampella del partito. I fondi vengono raccolti con il sistema dei Super Pac, ma per l’organizzazione delle sezioni locali, il porta a porta, la conduzione della macchina digitale per trovare, stanare e mobilitare gli elettori la palla è nel campo del Gop, che ha le capacità e l’expertise che mancano alla campagna. Questa dipendenza dalla struttura viene interpretata come una leva vantaggiosa nelle mani del partito per mettere in atto, quando sarà il momento, una virata netta verso la battaglia al Congresso. I fratelli Koch, grandi finanziatori repubblicani che si sono rifiutati di appoggiare Trump, hanno già reindirizzato i loro assegni verso le sfide più calde al Senato, sapendo che il potere del presidente degli Stati Uniti è piuttosto limitato se ha il Congresso contro. L’obiettivo minimo del partito è non lasciare a Hillary un “blank check”.

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