Tra virgolette

Dobbiamo rassegnarci al politicamente corretto?

 Il Wsj e il dramma dei conservatori americani di fronte alla scelta tra Trump e Clinton: “L’ondata del politicamente corretto che ha travolto i campus universitari americani nell’ultimo anno potrà non essere rilevante nei dibattiti pre elezioni presidenziali. Ma per molti elettori il saccheggio della libertà di espressione nei campus simboleggia un paese allo sbando”.
Dobbiamo rassegnarci al politicamente corretto?

Hillary Clinton (foto LaPresse)

"La decisione di votare automaticamente per Hillary Clinton assume molteplici forme. Lei è il minore dei due mali, è il diavolo che conosciamo… Tuttavia, l’inferno rimane a tutti gli effetti l’inferno. Prima di scegliere di trascorrerci quattro anni, gli elettori in procinto di commettere il suddetto peccato causato dalla disperazione dovrebbero considerare le conseguenze di un voto by default”. Così scrive Daniel Henninger in un editoriale apparso sul Wall Street Journal a commento delle elezioni americane dell’8 novembre. Il quotidiano in questione è uno dei più autorevoli, tra quelli di marca conservatrice, che non si sogna di sostenere acriticamente il candidato repubblicano Donald Trump. Anzi. E l’alternativa? Una presidenza Clinton creerebbe, per Henninger, problemi in campo economico, né sarebbe immune dagli strascichi degli scandali che la candidata democratica porta con sé. Tuttavia ciò su cui sceglie di concentrarsi l’editorialista è “la certezza del declino e del crollo finale che il sistema di educazione superiore subirebbe sotto una presidenza Clinton”. “L’ondata del politicamente corretto che ha travolto i campus universitari americani nell’ultimo anno potrà non essere rilevante nei dibattiti pre elezioni presidenziali. Ma per molti elettori il saccheggio della libertà di espressione nei campus simboleggia un paese allo sbando”.

 

Una dimostrazione l’ha fornita una recente inchiesta del New York Times sul drastico calo delle donazioni degli alumni ai propri college, calo motivato proprio dall’eccesso di politicamente corretto. “Una vittoria di Clinton darà forza, per un lungo periodo di tempo, a chi sta mettendo in pericolo uno dei principali punti di forza del paese: il suo sistema di educazione superiore. Ciò che sta avvenendo può essere spiegato con una parola sola: diversity (diversità, ndt). (…) Qualche decenio fa la ‘diversità’ era il termine usato per descrivere l’assorbimento da parte delle strutture sociali americane di nuovi immigrati, assieme a neri e donne e attraverso l’affirmative action”. Poi “i presidi delle università iniziarono a creare uffici per promuovere la diversità, con l’approvazione di ex alunni e consigli di amministrazione. Ma se burocratizzi un’idea, cosa ottieni? Una dose maggiore di quell’idea, più di quanto una persona normale possa desiderarne. Non è un’esagerazione dire che questi uffici della diversità controllano oggi l’istruzione superiore in America”.

 


Donald Trump durante un discorso elettorale a Fort Lauderdale in Florida (foto LaPresse)


 

Nel paese, scrive il Wsj, ci sono più di 7.000 istituzioni per l’educazione universitaria riconosciute dal governo, con 21 milioni di studenti. Henninger spiega che gli amministratori delle università sono consapevoli che la loro futura carriera “dipende dalla capacità di dimostrare di aver raggiunto risultati quantificabili in quanto a diversity. Quindi la promuovono, incessantemente. In 20 anni la diversità è passata dall’essere un’idea al divenire un’industria”. Gli incentivi a essere aggressivi nel promuovere il politically correct non sono mancati: Henninger ricorda come nel 2011 l’Amministrazione Obama abbia pubblicato una direttiva dettagliata per creare negli atenei sistemi di sorveglianza su tutto ciò che poteva essere ritenuto “abuso sessuale”, pena la sospensione dei fondi federali. Il timore che i fondi venissero tagliati per un nonnulla ha incentivato decisioni drastiche, facendo spesso strame di imparzialità e due process. “La Clinton, da presidente, non tornerebbe indietro”, anzi avrebbe a disposizione tutto il potere delle agenzie federali – su giustizia, lavoro, educazione e ambiente – per agire contro gli stati e i privati che non si adeguassero agli standard dettati dall’accecamento pol. corr. A novembre, conclude Henninger, “il prezzo di votare Clinton di default appare troppo alto”.

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