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Chi sono i Trecento anti Isis

E' uscito il primo studio sui 300 foreign fighter occidentali volati (volontariamente) in Siria e in Iraq per combattere il califfo e altri gruppi islamisti come al Nusra. Le motivazioni per farlo? Gratificazione personale, volontà di "finire il lavoro cominciato per liberare l'Iraq" e che Obama ha interrotto e desiderio di proteggere le minoranze etniche e religiose

12 Agosto 2016 alle 11:56

Chi sono i Trecento anti Isis

Roma. Ieri le Forze di difesa del popolo curdo (Ypg) hanno comunicato la morte in combattimento di un ventiduenne americano, Jordan McTgarten, in Siria. Jordan non è il classico occidentale caduto come vittima collaterale di una guerra mediorientale: non vestiva con la pettorina del cooperante, non portava in tasca il taccuino da reporter, è deceduto con indosso la mimetica mentre tentava di liberare dallo Stato islamico la città di Manbij, nel di stretto di Aleppo. Ora da Manbij hanno iniziato a filtrare i primi video di donne che si sfilano il burqa a favore di telecamera e mostrano il volto, con i figli adolescenti che ancora piangono temendo le possibili sanzioni corporali dei soldati del califfo. Ma il califfo non c’è più, almeno lì, anche grazie all’impegno di Jordan McTgarten. E di cittadini occidentali come lui, accorsi in Siria e in Iraq negli ultimi tempi per ingrossare le fila di uno dei tanti gruppi irregolari che combattono i seguaci di al Bagh dadi. Il think tank americano Institute for Strategic Dialogue ha appena pubblicato il primo rapporto su questi insoliti foreign fighter. S’intitola “Shooting in the right di rection”, cioè “Sparare nella giusta dire zione”, e tenta di mappare tutti quei cittadini occidentali che si sono avvicinati al l’Eufrate con un solo obiettivo in testa: fermare l’avanzata dell’Isis e dell’altro gruppo terroristico Jabhat al Nusra (formalmente affiliato ad al Qaida fino a pochi giorni fa). Gli studiosi Henry Tuck, Tanya Silverman e Candace Smalley ne hanno censiti “almeno 300”. Pochi in confronto agli oltre 7.000 occidentali (30.000 da tutto il mondo) che finora hanno ingrossato le fila degli islamisti in armi. Ma trecento, anche solo per simbologia storica, vuol dire qualcosa.

 

Trecento, secondo Erodoto, furono gli opliti spartani che nel 480 a. C. bloccarono l’imponente esercito persiano allo stretto passaggio delle Termopili. Furono sconfitti, ma successivamente si rivelarono decisivi per le sorti dell’allora mondo libero, che secondo alcuni guadagnò tempo prezioso e secondo altri si fece ammaliare dal coraggio esemplare. Poi i 300 passarono alla storia, si trasfusero nell’iconografia artistica, più recentemente sono diventati graphic novel e infine colossal cinematografico di successo. Tuttavia il report pubblicato dall’Institute for Strategic Dialogue rifugge i toni epici e prende piuttosto la forma del classico studio antropologico: dati innanzitutto, poi informazioni di contesto, interviste e considerazioni finali. Dei numeri, abbiamo detto: 300 sono i foreign fighter con passaporto occidentale che si muovono vicino all’Eufrate per combattere volontariamente Isis e al Nusra; si tratta di quelli intercettati o stimati con certezza dal pensatoio americano il quale non esclude che i numeri effettivi siano maggiori, anche perché non tutti ci tengono a parlare in pubblico o a farsi pubblicità sul web (non foss’altro per ragioni di sicurezza).

 

Il loro identikit? L’età varia dai 14 anni del più giovane ai 67 del più anziano, quella media è di 32 anni, ma circa la metà è nei suoi vent’anni. Più anziani dei colleghi pro Isis, comunque. Inferiore anche la percentuale di donne anti Isis accorse a combattere, circa il 3 per cento del totale contro il 14-18 per cento delle affiliate a Isis e simili, anche se le prime sono praticamente tutte impegnate in combattimento. Più di un volontario anti Isis su tre ha il passaporto statunitense e spesso è un veterano dell’esercito a stelle e strisce; solo dopo come paesi di provenienza vengono Regno Unito (14 per cento), Germania (8 per cento) e Francia (6 per cento), un discreto numero tra tutti loro è di etnia curda; l’Italia non è pervenuta, anche se è noto l’episodio di Karim Franceschi, italiano di Senigallia con madre marocchina che per tre mesi spalleggiò i curdi nella riconquista della città di Kobane. Certo è, osservano gli studiosi, che i passaporti europei sono in proporzione molto più presenti di quelli americani tra gli adepti delle bandiere nere.

 

Le milizie locali più accoglienti nei confronti degli occidentali anti Isis e al Nusra sono quelle curde, Ypg in Siria e Peshmerga in Iraq; poi si registrano presenze sotto i vessilli di Dwekh Nawsha (assiri cristiani) e in misura ancora minore della Free Syrian Army (anti Assad); gruppi sciiti tipo Hezbollah, invece, attraggono sì cittadini stranieri, ma non quelli occidentali. Quanto al movente dei volontari, esistono fattori di spinta (“push”), come la frustrazione verso la politica estera del proprio paese natale e la ricerca di un senso per la propria vita; e fattori di attrazione (“pull”), come la volontà specie dei veterani di “finire il lavoro iniziato in Iraq con l’invasione americana” e interrotto da Obama, e il desiderio altruistico di difendere le minoranze etniche e religiose oppresse dal califfo.

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