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Trump e il mito dei “giornali oggettivi”

Il candidato mette alla prova l’obiettività del giornalismo, dice il New York Times. Dopo migliaia e migliaia di pezzi e servizi più o meno antipatizzanti, i giornalisti americani iniziano a chiedersi se questa copertura ossessiva e sempre meno obiettiva non stia iniziando a cambiare loro stessi.

9 Agosto 2016 alle 11:00

Trump e il mito dei “giornali oggettivi”

Donald Trump (foto LaPresse)

Roma. Durante l’intervista monstre di Donald Trump con il Washington Post, la scorsa settimana, il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti si è interrotto cinque volte nel mezzo delle risposte per guardare una delle televisioni che buttano news a ciclo continuo intorno a lui. “Guardate qui”, diceva. “C’è Trump ventiquattr’ore su ventiquattro”. Non sembrava particolarmente spostato da come i media parlavano di lui, l’importante era che lo facessero. Lo hanno fatto e continuano a farlo, eccome. La copertura destinata a Trump sui media americani è enormemente superiore rispetto a quella per Hillary Clinton, e il New York Times ha stimato che se il candidato repubblicano avesse pagato per tutta la pubblicità gratuita che ha ricevuto durante le primarie avrebbe dovuto sborsare due miliardi di dollari. Il fatto che buona parte di questa copertura giornalistica gratuita sia negativa non tange il candidato.

 

Ma dopo migliaia e migliaia di pezzi e servizi più o meno antipatizzanti, i giornalisti americani iniziano a chiedersi se questa copertura ossessiva e sempre meno obiettiva non stia iniziando a cambiare loro stessi. Il caso l’ha sollevato Jim Rutenberg in prima pagina sul New York Times di ieri, con una column in cui si chiede se l’ultimo argine rotto dalla campagna di Trump non sia proprio quello dell’obiettività giornalistica. “Se sei un giornalista e credi che Donald J. Trump sia un demagogo che solletica i peggiori istinti razzisti e nazionalisti, che si ingrazia dittatori antiamericani e che se avesse il controllo dei codici nucleari degli Stati Uniti sarebbe pericoloso, come diamine dovresti scrivere di lui?”. Trump, scrive Rutenberg, ha messo i giornalisti in una posizione, quella di tifosi, che sarebbe inaccettabile per qualsiasi standard normale. “Ma il punto è esattamente questo: gli standard normali si applicano” con Trump?

 

Rutenberg sembra rispondere di no, quando dice che l’“equilibrio” nel giornalismo americano “è vacante da quando Trump è sceso l’anno scorso dalla scalinata dorata della Trump Tower per annunciare la sua candidatura”. E da Joe Scarborough, presentatore repubblicano di Msnbc, che chiede retoricamente a Rutenberg: “Come si fa a essere equilibrati quando una delle due parti è irrazionale?”, a Ezra Klein, direttore di Vox che di recente ha scritto che la campagna elettorale si gioca tra il “normale” e l’“abnorme”, tutti sembrano ritenere che le vecchie regole non possono valere per Trump. Il più esplicito di tutti è stato Ben Smith, direttore di BuzzFeed e tra le personalità più potenti del mondo dei media americani, che in una circolare di dicembre ai suoi dipendenti ha scritto: di regola chiediamo ai nostri giornalisti di essere obiettivi anche nei commenti sui social, ma “Trump sta agendo molto al di fuori delle regole comuni”, e per questo è perfettamente obiettivo definirlo un “razzista bugiardo”: non è un’opinione, è un fatto.

 

Con Trump, la polemica annosa sul “liberal bias” dei media si rinnova e tracima, e non solo perché a partecipare del bias antitrumpiano sono anche testate e giornalisti conservatori. Il candidato repubblicano sta testando la tenuta stessa dei capisaldi di quel “giornalismo con la G maiuscola a cui siamo sempre stati educati ad aspirare”, chiosa Rutenberg. E così, i giornalisti si trovano costretti a infrangere le regole non scritte della loro professione proprio per raccontare come Trump sta infrangendo le regole della democrazia, della campagna elettorale americana, del politicamente corretto e della convivenza civile. Paradosso niente male.

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