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L’Italia non arresta i dissidenti iraniani

Il caso Khosravi, l'attivista di quel Movimento Verde che nel 2009 guidò le proteste antigovernative nella Repubblica islamica contro la rielezione dell’allora presidente Ahmadinejad, la natura del regime e quel ricordo di Roma nel 1993.

9 Agosto 2016 alle 06:18

L’Italia non arresta i dissidenti iraniani

Manifestanti del Movimento verde

Mehdi Khosravi, che sul “weblogistan” iraniano si firma con lo pseudonimo di Yashar Parsa, è stato fermato domenica a Dorio, in provincia di Lecco, dove era in vacanza. Su di lui dal 2009 pende un mandato di cattura internazionale emesso dal tribunale di Teheran per “corruzione” e spetta ora al governo italiano decidere se concedere l’estradizione. Il figlio dello Shah, Reza Pahlavi, si è già appellato al governo Renzi per impedire che un dissidente venga rispedito dai carnefici a Teheran, dove non pochi scrittori della rete sono finiti “suicidi”. Restano da chiarire ancora i contorni della vicenda. Sappiamo che Khosravi è un attivista di quel Movimento Verde che nel 2009 guidò le proteste antigovernative nella Repubblica islamica contro la rielezione dell’allora presidente Ahmadinejad. Sappiamo che nel suo blog Gomnamian (“Gente senza nome”) ha appena denunciato la corruzione nel suo paese. Sappiamo che è già stato imprigionato e torturato dopo i moti studenteschi del 1999. “In Iran rischia l’esecuzione”, ha scritto Pahlavi, che si è rivolto anche al ministro degli Esteri britannico Boris Johnson. Sappiamo quanto basta per rigettare al momento la richiesta iraniana. Teheran ha avuto i nostri contratti e appalti, ma non può avere anche la libertà. Quella dobbiamo difenderla. L’arresto potrebbe essere un effetto della normalizzazione dei rapporti fra Teheran e Italia.

 

Un tempo, infatti, gli ayatollah davano la caccia ai dissidenti iraniani, anche nelle strade di Roma. Chi ricorda Naghdi Mohammed Hussein, l’ex plenipotenziario iraniano presso la Santa Sede? Imprigionato dallo Shah, Naghdi faceva parte del nucleo di attivisti legati a Khomeini. Nel suo salotto si incontravano tutti i capi della nuova rivoluzione. Nel 1982 Naghdi denunciò le violazioni dei diritti umani del regime komeinista. Fu la sua sentenza di morte. Naghdi abitava in via del Boschetto, a Roma e venne colpito dai sicari iraniani in via delle Egadi. Finirono così tanti dissidenti iraniani, a Roma, a Parigi, a Berlino. Saremo noi a consegnargliene altri su un piatto d’argento? Forse è inevitabile. Ma chissà che l’occasione non sia utile per farci fare un supplemento di riflessione in più su cosa è davvero il regime di Teheran.

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