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Perché l’Europa non dovrebbe frignare troppo se vince Trump

Sarà pure impresentabile e “unfit” per risiedere alla Casa Bianca ma in termini di politica estera e di difesa Donald Trump dovrebbe risultare gradito nel Vecchio continente. Innanzitutto per l’approccio distensivo che ha con Mosca e Pechino.

5 Agosto 2016 alle 06:05

Perché l’Europa non dovrebbe frignare troppo se vince Trump

Il candidato repubblicano Trump in comizio in Florida (foto LaPresse)

Sarà pure impresentabile e “unfit” per risiedere alla Casa Bianca ma in termini di politica estera e di difesa Donald Trump dovrebbe risultare gradito in Europa occidentale. Innanzitutto per l’approccio distensivo che ha con Mosca e Pechino caratterizzato dall’affermazione che “tra noi e loro esistono profonde differenze ma si può lavorare su un terreno comune costituito dagli interessi condivisi”.

 

L’intesa con Vladimir Putin e l’annunciato impegno del candidato repubblicano a chiudere la “nuova guerra fredda” varata da Barack Obama e sostenuta da Hillary Clinton (con il sostegno dell’establishment industriale e militare che vedono l’opportunità di gonfiare la spesa militare) dovrebbero godere di buona popolarità in Francia, Germania e Italia. Se britannici e partner orientali della Nato condividono la rinnovata paura “dell’orso russo”, in Europa occidentale c’è da tempo molta insofferenza, emersa anche alla vigilia del summit della Nato di Varsavia, per le pressioni di Washington ad aumentare la spesa militare e la mobilitazione contro una minaccia russa considerata inesistente.

 

Da un lato pesa l’esposizione dell’Europa agli attacchi del terrorismo islamico su vasta scala, ben più concreti del rischio che i tank di Putin entrino nelle Repubbliche baltiche o marcino su Varsavia. Dall’altro gli europei considerano Mosca un partner economico ed energetico fondamentale  cui togliere le sanzioni volute dagli Stati Uniti in seguito alla crisi ucraina, oltre che un alleato di ferro nella sempre più cruenta lotta ai jihadisti. Inoltre la volontà di Trump di rinvigorire l’alleanza con Israele, mortificata dall’Amministrazione Obama, a discapito delle intese con le monarchie sunnite del Golfo ambiguamente legate ai movimenti jihadisti, dovrebbe risultare gradita agli europei che iniziano a comprendere l’importanza di fermare i finanziamenti in petrodollari del Golfo che aiutano la radicalizzazione delle comunità islamiche in Europa.

 

“Se l’Arabia Saudita non fosse sotto il mantello della protezione americana, non credo esisterebbe”, ha affermato Trump proponendo che siano le truppe arabe a combattere lo Stato islamico e aprendo al siriano Bashar Assad per non far cadere la Siria in mano ai jihadisti. Valutazioni che, almeno sottovoce, vengono condivise anche nelle cancellerie europee considerato che tutti i servizi d’intelligence hanno ormai ripreso relazioni stabili con i colleghi di Damasco. Le tendenze isolazioniste insite nello slogan “America first” e la pretesa di non regalare più agli alleati europei il “pacchetto sicurezza” garantito dalle forze americane in Europa (che Trump vorrebbe in gran parte ritirare) aprono inoltre la strada ad un allentamento dei rapporti transatlantici e a un minore interventismo statunitense nel Vecchio Continente.

 

Questi elementi dovrebbero venire valutati positivamente in Europa considerando la destabilizzazione generata dall’ondivaga politica di Obama (che probabilmente caratterizzerebbe anche la Clinton) e dai blandi e per nulla risolutivi interventi militari dall’Iraq alla Siria alla Libia che aprono nuovi fronti senza chiuderne mai nessuno. Trump vuole che gli alleati assumano maggiori oneri e responsabilità nella loro difesa (esorta persino Tokyo a dotarsi di armi nucleari), pretesa che coincide con la rinnovata aspirazione europea a dar vita a uno strumento comune di difesa, da tempo in discussione ma oggi più concretamente realizzabile dopo che la Brexit ha tolto di mezzo gli ostacoli da sempre posti da Londra. Certo per ora si tratta solo di parole: del resto anche George W. Bush fu eletto con un programma di disimpegno militare dalle basi oltremare poi rovesciato dopo l’11 settembre 2001.

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