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Le ristrettezze finanziarie riducono le resistenze di Parigi al mercato

Non solo guasconate, anche acquisti reciproci. Il patto tra Acea e Suez. L’aeroporto di Nizza va ai Benetton. C’è del metodo in quel che resta del dirigismo francese (con le toppe). Insomma, dietro le ultime operazioni  c’è la necessità di far cassa che si accompagna allo spirito di grandeur.

28 Luglio 2016 alle 06:15

 Le ristrettezze finanziarie riducono le resistenze di Parigi al mercato

Milano. Talvolta, anzi spesso, si litiga. Poi, da buoni cugini, (quasi sempre), si fa pace. E’ la costante dei rapporti tra Francia e Italia, mai così stretti, ma così complessi come in questo luglio torrido, dove le liti sul Fiscal compact hanno dovuto cedere spazio all’emergenza che insanguina le terre dell’Hexagone. A partire da Nizza, dove Atlantia, gruppo Benetton, si è aggiudicata, assieme a Edf, una partita importante: il controllo del secondo aeroporto di Francia. Non senza resistenze poste dalla Cassa depositi e prestiti francese o fibrillazioni (ieri sera l’annuncio della vittoria da parte del ministero dell’Economia è arrivato più tardi dell’ora pattuita). Una vittoria importante, anche perché così viene del tutto archiviata la querelle sul Telepass che aveva costretto il gruppo italiano a rivolgersi al Consiglio di stato parigino per vedere rispettati i propri diritti.

 

La vittoria di Atlantia è oscurata da un altro fulmine a ciel sereno: il patto di ferro tra Francesco Gaetano Caltagirone e Gdf-Suez nella romana Acea. Il gruppo cede una quota nella utility capitolina al partner transalpino, frutto della fusione tra Gaz de France e Suez voluta nel 2004 dall’allora ministro Dominique de Villepin per contrastare un tentativo d’Opa di Enel. Altri tempi. Caltagirone cede una fetta di potere nella gestione (comprese le grane con la nuova amministrazione) in cambio di una quota nel gruppo francese: il 3,5 per cento che è, per combinazione, la stessa percentuale prevista per le nozze tra Mediaset e Vivendi, oggi compromesse dal dietrofront di Vincent Bolloré, patron del colosso dei media e di Telecom  Italia e socio influente nella filiera che da Mediobanca conduce a Generali. La liaison d’affari tra Roma e Parigi è in pratica sterminata; dalla finanza all’alimentare passando per le telecomunicazioni e la difesa. C’è da chiedersi, e spesso ce lo siamo chiesti sull’onda dello shopping francese (da Parmalat alle griffe della moda), se non sia un rapporto ineguale, condizionato dal diverso gioco di squadra.

 

Da una parte la Francia, con un pacchetto di mischia compatto e quasi impenetrabile. Dall’altra una squadra di individualisti che, con la scusa della “legge di mercato”, si rivela incapace di andare in meta, spesso più preoccupata di non fare vincere il vicino di casa che di sviluppare una strategia comune. Un po’ come capita da anni allo Shanghai Expo, formidabile vetrina del Bordeaux nel Celeste Impero, grazie allo sforzo coordinato di Lvmh (che da sola investe di più in marketing di tutto il made in Italy) e di Alain Juppé, l’ex premier che da sindaco di Bordeaux ha guidato per anni, con successo,  la delegazione transalpina alla conquista di un mercato dove i vignobles della Garonna la fanno da padroni. Soprattutto nei confronti dell’Italia ove in promozioni si spende non poco, ma si avanza in ordine sparso.

 

Che invidia di fronte alla force de frappe messa in campo a suo tempo per sfondare le difese di Parmalat: l’arrivo del Crédit Agricole, poi un’attenta lettura del territorio e dei fornitori. Infine l’affondo, quasi in parallelo con il blitz in Edison. E che dire della tela di Bolloré, in grado di conquistare, con pazienza (e aggirando le leggi sull’Opa) il controllo di Telecom? Un’avanzata abile anche se non esente da guasconate, ma resa possibile dalla disponibilità del business di casa nostra e quel richiamo “alle regole del mercato” che talvolta suona come una debolezza, come ha rilevato nella recente intervista al Corriere della Sera Jean Pierre Mustier, neo amministratore di Unicredit. “Ricordo – ha detto – quando ero un giovane banchiere il caso Alstom. Avessimo dato retta agli ayatollah del libero mercato l’azienda sarebbe stata messa in liquidazione, si sarebbero persi posti di lavoro e una bella società sarebbe scomparsa”. Sì al mercato dunque, ma con “il supporto  del settore pubblico”. Una formula che oltralpe funziona (quasi) sempre dai tempi di Jean-Baptiste Colbert, così caro a Giulio Tremonti. Ma che, ahimè, deve oggi fare i conti con le regole imposte da Bruxelles a danno delle munizioni della Grandeur. Certo, lo stato-azionista dev’essere “responsabile, d’esempio al settore privato e capace di muoversi senza pregiudizi o vincoli impropri”, come ha sillabato davanti all’Assemblea Nazionale Martin Vial, commissario dell’Ape, cui fanno capo le partecipazioni di stato. “Ma avrebbe fatto bene ad aggiungere – ha ironizzato il Monde – purché dotato di quattrini”.  

 

Per capire le ultime mosse dello stato padrone occorre tenere conto  delle attuali ristrettezze finanziarie. Parigi ha deciso, in particolare, di non lesinare gli sforzi per rinnovare la leadership nell’energia nucleare, che richiede grossi investimenti: 4 miliardi per Areva, 3 miliardi in Edf scossa dalle polemiche e dalle dimissioni dei manager contrari all’investimento nella centrale britannica di Hinkley Park. Ma 7 miliardi sono molti per lo stato azionista, costretto a fare cassa vendendo, tra l’altro, gli aeroporti e le quote di minoranza (tipo il 3,5 per cento di Gdf) non più necessarie ad assicurare il controllo dopo l’approvazione della legge Florange che permette all’azionista stabile (nel nostro caso lo stato) di poter contare su diritti di voto doppi.

 

Insomma, dietro le ultime operazioni  c’è la necessità di far cassa che si accompagna allo spirito di grandeur comunque vivo tra gli ex allievi dell’Ena o delle altre grandi scuole che forgiano da secoli la classe dirigente. Ma anche qui si fa sentire la ritirata dello stato padrone. “Il  direttore generale del Tesoro Bruno Bézard – nota con amarezza Yves de Kerdrel  sul Figaro – ha deciso a 53 anni di lasciare per accettare l’offerta di un fondo cinese che investe in società francesi. E’ una svolta storica: un grande servitore dello stato, prodotto delle migliori scuole e cresciuto nel corpo degli ispettori delle Finanze, lascia il posto più prestigioso e influente della nostra amministrazione per i cinesi”. Chissà se Colbert si sta agitando nella sua tomba a Saint-Eustache. Ma niente paura: per fortuna ci sono les italiens.  

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