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Possedere dollari in Turchia può portare all’incriminazione

Erdogan vuole la testa di Gülen. I sintomi della svolta inquietante di due centri di islam ex moderato.

26 Luglio 2016 alle 10:02

Possedere dollari in Turchia può portare all’incriminazione

Militanti pro Erdogan bruciano un fantoccio di Gulen in piazza a Istanbul

Roma. Nella Turchia post golpe, possedere dollari può portare all’incriminazione. Più precisamente banconote da un dollaro che, secondo una vulgata molto diffusa tra i media turchi, sarebbero usate dai membri del network dell’imam Fethullah Gülen come segno distintivo segreto, per riconoscersi l’un l’altro come membri di una associazione semiclandestina. Fino a pochi giorni fa la storia delle banconote non era mai stata verificata né considerata dalle autorità come prova. Ma adesso che l’associazione di Gülen è ormai per tutti FETÖ, acronimo di Organizzazione terroristica Fethullah, tenere nel portafogli biglietti verdi di piccolo taglio non è più sicuro, come ha mostrato l’arresto, ieri, di 31 accademici dell’Università di Istanbul. Tra i beni dei sospettati fotografati dai media, oltre a “documenti riconducibili a FETÖ”, ci sarebbero anche le famose banconote da un dollaro, squadernate dagli investigatori come prova dell’appartenenza dei sospettati all’associazione segreta. Mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan prosegue nella sua peculiare restaurazione della democrazia attraverso gli arresti di massa e la cancellazione dei diritti civili, si intensifica l’ossessione implacabile del sultano e del governo di Ankara per il chierico islamico Gülen, ex alleato di Erdogan autoesiliato ad Ankara e oggi suo nemico numero uno, accusato di terrorismo e del golpe fallito del 15 luglio.

 

L’estensione delle purghe governative è ormai tale che l’agenzia di stampa ufficiale Anadolu ha pubblicato un utile specchietto per chi voglia seguire l’andamento del repulisti del governo. A ieri, i licenziati o sospesi dal loro ruolo erano 45.954, ben divisi tra i vari ministeri e le maggiori istituzioni educative e mediatiche. Gli arrestati, invece, sono oltre 13 mila. Tra questi 42 giornalisti, tra cui la famosa columnist Nazli Ilicak, licenziata tre anni fa dal giornale filogovernativo Sabah per aver criticato alcuni ministri. Contro i giornalisti sono stati emessi ordini di arresto già in buona parte rispettati, anche se non è ancora chiaro quanti di loro siano finiti in cella. Una volta in prigione i sospettati, il cui periodo di detenzione preventiva è per l’occasione stato esteso da quattro giorni a 30, sono maltrattati, torturati e a volte perfino stuprati, ha rivelato un report di Amnesty International.

 

Più passa il tempo, più gli arresti e le purghe contro l’“organizzazione terroristica” di Gülen si mostrano non soltanto una denominazione comoda per consentire a Erdogan di colpire oppositori, dissidenti e liberali laici, ma anche un’ossessione sempre più evidente del sultano che è cresciuta fino a diventare assillo – il frutto di una lotta intraislamista che va avanti da anni e che ormai potrebbe vedere il suo epilogo. Lo scontro tra l’Akp, il partito del premier e oggi presidente Erdogan, e l’organizzazione capeggiata da Gülen riguarda due organizzazioni islamiche un tempo moderate che oggi hanno assunto volti a loro modo inquietanti. Se il progetto di autoritarismo islamista di Erdogan è noto – ed è stato paragonato dall’analista Söner Cagaptay a una presa di potere stile Iran 1979 –, la tentacolare ramificazione dell’organizzazione di Gülen, al tempo stesso imam islamico, imprenditore e capopopolo, ha sfumature non meno inquietanti. Gülen ha iniziato a istituire centri educativi prima in Turchia e poi nel mondo negli anni Settanta, con tale successo che il suo impero si è esteso ben presto ai media, alla sanità e a vari settori.

 

La sua predicazione ancora oggi viene definita come capace di coniugare islam moderato e democrazia, ma è celebre il video trafugato di un suo discorso (quello che portò al suo autoesilio in Pennsylvania, ancora oggi mai concluso) in cui esortava i suoi milioni di seguaci (dai 3 ai 6 milioni, a seconda delle stime) a “penetrare le arterie del sistema senza farvi notare, fino a raggiungere tutti i centri del potere”. Il discorso è del 1999, e da allora i gülenisti hanno conquistato, si dice, ampie fette del potere giudiziario e imprenditoriale, contrapponendo all’islam autoritario e populista dell’Akp un islam nascosto e umbratile. Si capisce perché Erdogan sia ossessionato dal suo antico alleato, del quale non si è mai del tutto fidato. Per oltre un decennio, Akp e gülenisti insieme hanno colpito in profondità le radici della Turchia laica e kamalista, per poi entrare in guerra quando si è capito che non c’era un modo pacifico per spartirsi il potere. L’ossessione contro Gülen è diventata così forte che Ankara è pronta a compromettere tutto pur di mettere le mani sull’imam della Pennsylvania. Dopo l’avvertimento del premier Binali Yildirim la settimana scorsa, ieri anche il ministro degli Esteri ha confermato che senza l’estradizione di Gülen i rapporti tra Turchia e Stati Uniti potrebbero essere compromessi.

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