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Che si fa con Erdogan?

Dopo il golpe fallito si allarga la frattura tra America e Turchia tra purghe, basi militari, estradizione e l’asse con Putin. Ankara oscilla tra una guerra civile e un controgolpe, si "scongelano" i rapporti con Mosca mentre si raffreddano quelli con gli Stati Uniti.

19 Luglio 2016 alle 20:22

Che si fa con Erdogan?

Istanbul, in piazza Taksim le manifestazioni dei supporters di Erdogan (foto LaPresse)

Milano. In un mondo già poco solido, il golpe fallito ha trasformato la Turchia di Recep Tayyip Erdogan in uno “swinging state”, che sta in queste ore riconsiderando le sue alleanze, oscillando tra una guerra civile e un controgolpe: martedì sono stati sospesi 15mila funzionari dell’Istruzione e licenziati tutti i 1.500 rettori delle università. Erdogan è implacabile, e l’asse più incrinato in questo momento è quello con gli americani e la Nato: Ankara sostiene che i golpisti avevano legami con gli Stati Uniti, colpevoli non solo di ospitare da 17 anni in Pennsylvania il predicatore Fethullah Güllen, additato esplicitamente da Erdogan come l’ispiratore del golpe. Le autorità turche hanno bloccato la base aerea di Incirlik, cruciale pedina nel gioco della Guerra fredda, uno dei pochi luoghi dove sono ancora immagazzinate le testate nucleari della Nato. Il pensiero di questi ordigni (una settantina, secondo fonti anonime, ufficialmente il Pentagono non conferma né smentisce il posizionamento del suo arsenale nucleare) è uno dei più inquietanti in queste ore. Secondo fonti del New Yorker, le testate conservate a Incirlik sono incompatibili con gli aerei che operano nella base, in altre parole, sono lì per bellezza, come un ricordo dei tempi in cui la base, fondata nel 1955, era un avamposto antisovietico, ad appena un’ora di volo dai confini dell’Urss. Ma l’Economist rivela che al Congresso si parla già come trovare un punto d’appoggio alternativo.

 

Già qualche mese fa il Pentagono aveva richiamato d’urgenza a casa le famiglie dei duemila militari americani di stanza nella base, per rischio di terrorismo. E lunedì il primo ministro bavarese Horst Seehofer non ha escluso il ritiro da Incirlik dei militari tedeschi, dopo che la Turchia ha impedito ai parlamentari di Berlino di entrare nella base.
Fonti militari sostengono che Incirlik aveva già perso il suo ruolo chiave nella guerra contro il terrorismo, nonostante serva ancora per far decollare le missioni della coalizione anti Stato islamico. Forse questo spiega anche l’offerta – subito smentita – di concedere Incirlik ai russi, fatta dal ministro degli Esteri turco Mevlüt Cavusoglu subito dopo la pace con la Russia, una settimana prima del golpe. E si capisce meglio perché Erdogan all’improvviso aveva chiesto scusa a Vladimir Putin, ricucito con il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e aperto all’Egitto, in una girandola di alleanze riattivate che letta attraverso la lente del golpe assume un significato tutto diverso. Martedì Cavusoglu ha annunciato che non andrà a Washington, preferendo una seduta del Consiglio di sicurezza nazionale alla superconferenza di 45 paesi sponsorizzata dalla Casa Bianca sulla lotta contro lo Stato islamico – dove le strategie siriane saranno tutte da rivedere, e il dossier Turchia rischia di diventare più importante del destino del rais di Damasco, Bashar el Assad. Anche perché una delle conseguenze più immediate del golpe fallito, scrive l’ammiraglio James Stavridis su Foreign Policy, sarà la latitanza turca sul fronte della guerra, con i militari troppo presi dalle purghe e la politica troppo impegnata in lotte interne. Secondo Stavridis, ex comandante della Nato in Europa, molti canali di cooperazione tra Ankara e gli Stati Uniti e la Nato sono già stati “congelati”.

 



Turchia, sostenitori di Erdogan manifestano in piazza a Istanbul


 

Quello che invece appare “scongelato” è il contatto con il Cremlino. Erdogan si è sentito con Putin e, in attesa dell’imminente vertice che dovrebbe archiviare sette mesi di gelo, ha arrestato i due piloti che avevano abbattuto, nel novembre scorso, il caccia russo impegnato in Siria. Formalmente i due ufficiali sono stati arrestati come golpisti, ma Ankara ci ha tenuto a farlo sapere. I commentatori russi hanno colto il significato del gesto, con il professore Oleg Kulakov dell’Università militare del ministero della Difesa, che su Gazeta.ru ritira le accuse a Erdogan: “Pensavamo che fosse al corrente dell’abbattimento del nostro Sukhoi, ora abbiamo scoperto che i militari tramavano contro il loro presidente, contro Erdogan si lavorava dall’estero”. Tradotto, significa che Mosca sposa in pieno la tesi turca che il golpe sia stato fomentato dagli Stati Uniti, e addirittura attribuisce ai golpisti l’abbattimento del caccia, funzionale ad allontanare Erdogan dai russi. Tutta colpa degli americani – ed è una delle tante cose sulle quali lo zar e il califfo si ritrovano d’accordo.

 

Il professor Kulakov ora sogna “ampie prospettive, fino all’uscita della Turchia dalla Nato”. Uno scenario nemmeno troppo fantapolitico, visto che i media turchi accusano Washington di aver voluto far fuori Erdogan, e visto che l’Europa grida allo scandalo per le migliaia di arrestati. L’obiezione fatta dagli europei – il presidente turco doveva per forza avere preparato in anticipo le liste di proscrizione – può solo far ridere Putin, che difficilmente criticherà il collega anche per la tentazione di ripristinare la pena di morte, una condizione degli europei che sta stretta anche ai russi. Gli americani si trovano invece in imbarazzo di fronte a un altro dossier: l’estradizione di Gülen. Finora il dipartimento di stato si era trincerato dietro l’assenza di una richiesta formale e documentata dei turchi, che però è in arrivo a Washington. L’analista legale della Cnn Danny Cevallos spiega che anche in caso di un dossier con le “prove” la risposta non sarà necessariamente positiva: per estradare il religioso, la legge americana pone condizioni rigide. Non solo il reato contestato dai turchi deve essere perseguibile anche negli Stati Uniti, ma il dilemma per gli americani è tutto politico: la sua colpa è quella di essere un avversario politico del presidente turco.

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