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Tra golpe e “inside job”

Dopo le purghe, Erdogan spinge la Turchia sempre più lontano dalla Nato

John Kerry mette in discussione la partecipazione di Ankara all’Alleanza atlantica. L’avvicinamento a Putin. Perché paradossalmente, dal punto di vista dell’occidente le rappresaglie post colpo di stato fanno temere per la tenuta democratica della Turchia quasi più del colpo di stato stesso.

18 Luglio 2016 alle 20:53

Dopo le purghe, Erdogan spinge la Turchia sempre più lontano dalla Nato

Un ritratto di Erdogan e bandiere turche esposti domenica a piazza Taksim a Istanbul (foto LaPresse)

Roma. In Turchia, dopo tre giorni di purghe, arresti, licenziamenti ed espulsioni, mentre continuano a proliferare le teorie del complotto, una cosa rimane certa: le vittime del colpo di stato erano decisamente più organizzate e meglio preparate dei loro carnefici. Le purghe sono iniziate venerdì a notte fonda e ancora lunedì non si erano fermate. Dopo gli arresti (oltre 6.000 tra militari e giudici nel fine settimana, diventati lunedì più di 8.000), è arrivata la rimozione dal loro posto, annunciata dal ministero dell’Interno, di 8.777 funzionari pubblici, di cui 7.899 poliziotti ma soprattutto 30 degli 81 prefetti delle province. Il governo ha imposto inoltre un bando per i viaggi all’estero a tutti i dipendenti pubblici, e il ministero delle Finanze ha sospeso 1.500 tra dipendenti e funzionari. Sarebbero arrivate anche le prime confessioni: secondo l’agenzia di stampa Anadolu il generale Akin Ozturk, ex comandante dell’aviazione e più alto in grado tra i 103 generali fermati, avrebbe “ammesso” di aver ordito il colpo di stato. Nel frattempo, da Ankara diramavano in tutte le cancellerie occidentali le richieste di estradizione per i putschisti fuggitivi, compresa quella contro Fethullah Gülen, chierico islamico autoesiliato in Pennsylvania, ex alleato, poi nemico del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, e oggi indicato esplicitamente come mandante del “colpo di stato gülenista”, come lo definiscono i giornali filogovernativi. Pur di avere Gülen, ha detto il premier Binali Yildirim, siamo pronti a “mettere in discussione la nostra amicizia con gli Stati Uniti”. Il segretario di stato americano, John Kerry, da Bruxelles ha risposto che, piuttosto, a essere messa in discussione potrebbe essere la partecipazione della Turchia alla Nato.

 

Le dichiarazioni esplosive di Kerry, riprese per primo dal Washington Post, sono poi state parzialmente ritrattate in un appena più confortante “scrutinio” dei requisiti necessari per far parte della Nato (tra cui la democrazia e lo stato di diritto) che secondo Kerry si terrà nei prossimi giorni, con il portavoce John Kirby che specificava: “E’ ancora troppo presto per dire che la partecipazione (della Turchia) è a rischio”. Paradossalmente, dal punto di vista dell’occidente le purghe post colpo di stato fanno temere per la tenuta democratica della Turchia quasi più del colpo di stato stesso, e questo alimenta le teorie del complotto secondo cui il putsch sarebbe in realtà l’incendio al Reichstag di Erdogan, un sapiente quanto improbabile “inside job” (con migliaia di comparse) per accelerare drammaticamente la spirale autoritaria in cui sta cadendo il paese. Lo lascerebbe pensare, per esempio, la differenza in efficienza e in estensione operativa tra l’azione dei golpisti e quella dei governativi, e perfino alcune ammissioni da parte del governo, secondo cui certi “movimenti militari” erano già noti 7-10 ore prima delle 22 di venerdì, quando è effettivamente iniziato il colpo di stato. Lo stesso Gülen, parlando nel fine settimana dalla sua residenza di Saylorsburg, in Pennsylvania, oltre a negare le accuse di essere dietro al colpo di stato (lui che, spesso fianco a fianco con Erdogan, ha subìto i rovesciamenti dei militari per quarant’anni della sua vita politica e imprenditoriale), ha accennato alla possibilità di una messa in scena ordita dal presidente.

 

La violenza adesso si è spostata nel campo della reazione al putsch, e non solo per il dibattito sulla reinstaurazione della pena di morte rilanciato nel fine settimana da Erdogan. Lunedì, in alcune zone nell’est del paese, ha scritto il giornale Hurriyet, la polizia è dovuta intervenire per evitare che manifestanti islamisti ed erdoganiani aggredissero i quartieri abitati dagli aleviti, minoranza religiosa contraria al presidente. A Istanbul, inoltre, è stato ucciso con un colpo alla testa il vicesindaco di un distretto della città, Cemil Candas. Non è chiaro se la sua morte sia legata ai fatti di questi giorni, ma Candas faceva parte del partito di opposizione Chp e secondo report non confermati era di religione ebraica.

 

Proiettate all’esterno, queste dinamiche violente del post putsch in Turchia mettono alla prova alleanze storiche. In una condizione in cui Ankara e Washington, i detentori dei due più numerosi eserciti dell’Alleanza atlantica, si lanciano frecciate reciproche, è il presidente russo Vladimir Putin – fresco di un provvidenziale riavvicinamento dei rapporti diplomatici con Ankara, avvenuto a fine giugno con le scuse di Erdogan per l’abbattimento dei jet russi sul confine siriano – a trarre giovamento. Probabilmente non è nemmeno un caso che domenica, mentre ancora la repressione del golpe era in corso, l’agenzia di stampa Anadolu annunciasse una storica visita di Erdogan a Mosca per i primi di agosto, segnale che Ankara vorrebbe riprendere un cammino che la guerra siriana aveva interrotto: la Turchia autoritaria di Erdogan cerca sbocchi geopolitici al di fuori dell’Alleanza atlantica, e la Russia di Putin sembra un approdo naturale. Non è detto però che il presidente russo sia dello stesso avviso.

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