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Pochi guizzi, meno austerità. L’esordio del cancelliere Hammond

Il nuovo cancelliere dello Scacchiere dice che è arrivato il momento di allentare le misure di austerità, perché l’obiettivo principale è contrastare il “chilling effect” causato dal referendum.

17 Luglio 2016 alle 06:03

Pochi guizzi, meno austerità. L’esordio del cancelliere Hammond

Il nuovo cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond (foto LaPresse)

Milano. Il Regno Unito e il mondo intero devono ancora riprendersi dallo choc del gran ritorno di Boris Johnson, nominato ministro degli Esteri nel governo di Theresa May. Spopolano sui social le immagini goffe dell’ex sindaco di Londra, mentre molti reporter hanno messo in fila tutte le frasi folli relative ai rapporti con gli altri paesi dette negli anni da Boris Johnson – poiché Boris è stato prima di tutto un giornalista, il materiale da analizzare è sterminato, e ovunque si guardi si trovano riferimenti imbarazzanti: come dice il commentatore del Finacial Times Gideon Rachman, il primo, opprimente obiettivo di Johnson sarà quello di restaurare la propria immagine. Assestarsi è in realtà un obiettivo di tutti, ministri che arrivano e ministri che vanno, perché il rimpasto della May è stato piuttosto brutale. Gli occhi degli analisti sono puntati in particolare su Philip Hammond, che passa dagli Esteri al Tesoro: il suo ruolo è considerato il più cruciale di tutti.

 

Hammond è un uomo di grande esperienza, arrivato alla politica nel 1997 dal settore privato, sposato dal 1991 con tre figli, pochi guizzi, zero scandali, soprannominato “Box Office Phil” ironizzando sulla sua incapacità di dire qualcosa di inaspettato nelle interviste che pure rilascia con una certa facilità. “Noioso in modo rassicurante”, ha sintetizzato l’Independent, collocando il nuovo cancelliere dello Scacchiere nel solco preparato dalla May: serietà e pragmatismo (Boris Johnson ovviamente sfugge a tutto ciò, ma nella sua nomina contano più gli equilibri interni ai Tory che il segnale dato al resto del mondo). In un governo in cui i sostenitori della Brexit hanno un gran peso, Hammond, che sosteneva il “remain” come la stessa May ma era molto apprezzato dagli euroscettici, rappresenta un elemento di pacificazione tra le due anime dei Tory. Hammond lavora da sempre per diventare cancelliere: si aspettava di essere nominato nel 2010 al Tesoro, ma la mezza vittoria dei conservatori costrinse il premier, David Cameron, a cedere spazio ai compagni di coalizione, i Lib-Dems.

 


Il nuovo primo ministro britannico Theresa May (foto LaPresse)


 

Hammond ha avuto diversi incarichi di governo, ma già allora era considerato un “axeman”, uno disposto a usare l’ascia per tagliare la spesa pubblica (fece alla Difesa una corposa riduzione del budget). Dal punto di vista ideologico, Hammond è un falco fiscale e un fan della politica di austerità adottata dal governo Cameron, “necessaria” dopo lo choc del 2008. Ora però è un altro lo choc da assorbire, e le priorità di Hammond paiono diverse – di certo lo sono quelle della May, paladina di quel conservatorismo compassionevole che guarda alla giustizia sociale più che al rigore dei conti. Dopo aver escluso l’ipotesi di creare un budget di emergenza per la Brexit – proposta del suo predecessore, George Osborne, licenziato in malo modo dalla May –, Hammond dice che è arrivato il momento di allentare le misure di austerità, perché l’obiettivo principale è contrastare il “chilling effect” causato dal referendum.

 

Il suo primo incontro ieri è stato con il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney (che ha lasciato invariati i tassi), garante della stabilità del paese, con il quale Hammond preparerà il budget per l’autunno. Quanto alla Brexit, Hammond dice che il Regno Unito lascerà il mercato unico ma negozierà un accesso ai mercati europei: il nuovo governo vuole mano libera sull’immigrazione ma non sottostare ai dazi previsti fuori dall’Ue. Questa sarà la battaglia decisiva con gli europei, e nel gioco degli assestamenti per ora Hammond deve far dimenticare di aver detto solo due giorni fa che per completare la Brexit ci vorranno almeno sei anni.

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