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La minaccia degli imam del Punjab: “Bruceremo le case dei cristiani”

Basterebbe una folla di tremila persone, proveniente da qualche moschea dove già si sta predicando l’odio nei confronti dei cristiani, per scatenare l’inferno, spiegano giornalisti locali

14 Luglio 2016 alle 20:22

La minaccia degli imam del Punjab: “Bruceremo le case dei cristiani”

Fedeli cristiani in una chiesa di Lahore (foto LaPresse)

Roma. Il clima che si respira nel quartiere cristiano di West Colony a Jhelum, nel Punjab pachistano, è quello dell’attesa. Ci si prepara al peggio, raccontano fonti del luogo secondo quanto riportato giovedì dalla fondazione di diritto pontificio Aiuto alla chiesa che soffre. Un gruppo di imam di Sara e Alamghir, infatti, si è recato alla locale stazione di polizia annunciando che venerdì, durante la preghiera, avrebbe esortato i propri fedeli ad attaccare e incendiare le abitazioni dei cristiani. La richiesta alle forze di sicurezza è semplice: non intervenite. Sessanta famiglie cristiane sono già scappate, non fidandosi delle rassicurazioni di rito fornite dalle autorità. Già da domenica scorsa a West Colony sono giunti reparti speciali dell’esercito, pronti – nel caso – a intervenire se la situazione dovesse sfuggire troppo di mano.

 

Basterebbe una folla di tremila persone, proveniente da qualche moschea dove già si sta predicando l’odio nei confronti dei cristiani, per scatenare l’inferno, spiegano giornalisti locali. A Jhelu, si recherà anche Tahir Khalil Shindu, ministro per i diritti umani  e le minoranze del Punjab, cattolico. E’ lui a confermare la possibilità che le minacce degli imam di Sara e Alamghir non siano solo boutade, aggiungendo però – non si sa con quanta convinzione – che la polizia per ora ha tutto sotto controllo. Il problema è che spesso, in Pakistan, a rappresentare una minaccia per le comunità cristiane sono proprio le forze dell’ordine. “Anche lo stato è coinvolto, implicato nell’omicidio di innocenti uomini cristiani, impiccati o assassinati in modo brutale dalla polizia”, diceva qualche mese fa al Foglio Wilson Chowdhry, presidente della British Pakistani Christian Association (BPCA), due giorni dopo la strage a Lahore, la sera di Pasqua in un parco cittadino. “Le chiese sono spesso costrette a firmare contratti con notabili musulmani locali in riunioni in cui i cristiani si trovano in inferiorità numerica (riunioni presidiate dalla polizia)”, aggiungeva spiegando che “l’odio in Pakistan è così radicato che tanti musulmani pensano che i cristiani contaminino l’acqua potabile, tanto da bere in pozzi separati”.

 

A rendere il quadro ancora più complesso c’è la vicenda di Nadeem James, trentacinquenne cristiano, anch’egli residente a Sara e Alamghir, padre di due bambini accusato da un amico di avergli inviato tramite Whatsapp messaggi irriguardosi (pare addirittura “un poema”) sul Profeta Maometto. Dopo due giorni di fuga, Nadeem si è consegnato alla polizia. Rischia l’impiccagione in virtù della legge sulla blasfemia, che costringe Asia Bibi da anni a vivere in una cella con una condanna a morte pendente sul capo e che ha visto negli ultimi trent’anni finire sul banco degli imputati quasi mille persone, per lo più di fede musulmana. Tra i cristiani del luogo, il sospetto è che le accuse contro Nadeem siano nient’altro che una vendetta familiare, come accaduto in tanti altri casi passati alla cronaca: l’accusato ha infatti sposato una ragazza musulmana – che si è poi convertita al cristianesimo – provocando l’ira e la reazione dei parenti della giovane. Colui che ha battezzato la donna, nel frattempo, ha fatto perdere le proprie tracce assieme alla famiglia, nel timore di diventare a sua volta oggetto della rappresaglia fondamentalista.

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