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“Deterrenza e dialogo” è la formula che usa (anche) Israele

Dal vertice della Nato alle triangolazioni di Netanyahu con al Sisi e Putin. La fine delle alleanze strategiche. Cade il veto turco e Gerusalemme apre una rappresentanza presso la Nato per collaborazioni di intelligence.

12 Luglio 2016 alle 11:17

“Deterrenza e dialogo” è la formula che usa (anche) Israele

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (foto LaPresse)

Milano. “Deterrenza e dialogo”. Il binomio proposto da Angela Merkel sembra essere diventato la parola d’ordine del vertice della Nato a Varsavia. Un appuntamento simbolico, nella capitale dove nacque il Patto filosovietico che per decenni si oppose all’Alleanza atlantica: un messaggio a Mosca, un omaggio alla Guerra fredda e alla sua fine, con la Polonia uno dei più convinti tra i 28 membri. Ma diversi leader dei 28 paesi Nato hanno sostenuto che la Russia sia più un partner che un avversario: fonti di Bruxelles hanno sdrammatizzato con il Financial Times, sostenendo che fossero prese di posizione a uso delle opinioni pubbliche domestiche, ma pare che Parigi in effetti si sia opposta al progetto di dislocare 4.000 uomini in “battaglioni di pronto intervento” nell’est Europa per contenere la “guerra ibrida” russa. Dalla fine del comunismo sovietico sono passati 25 anni, e la Russia di Vladimir Putin non è l’Urss, così come gli Stati Uniti di Barack Obama non sono quelli di Reagan, a dire il vero nessuno è più uguale a prima, e il segretario della Nato, Jens Stoltenbeg, riassume la schizofrenia della situazione: “La Russia non è un nostro partner strategico, la partnership strategica che abbiamo cercato di costruire non esiste. Ma non siamo nemmeno in una Guerra fredda”. E infatti, nei prossimi giorni i diplomatici dell’Alleanza incontreranno i colleghi russi.

 

A Bruxelles intanto è arrivata un’altra novità: Israele aprirà una rappresentanza presso la Nato, avviando una collaborazione sulla cyberwar, e scambiando informazioni di intelligence. Una mossa impossibile fino a qualche settimana fa, a causa del veto turco. Ma Recep Tayyip Erdogan ha deciso di firmare un accordo per ripristinare le relazioni dopo sette anni di rottura con Israele, con il gesto di buon auspicio di ritirare il veto alla Nato. Quasi contemporaneamente il presidente turco ha fatto un “reset” con Mosca, chiedendo scusa per l’abbattimento del caccia Sukhoi in missione siriana nel novembre scorso. Scuse accettate, e Putin ha già revocato le sanzioni contro la Turchia. Che intanto si appresta a negoziare con l’Egitto di al Sisi, con il quale era ai ferri corti, avendo sostenuto il Fratello musulmano Mohammed Morsi. Proprio mentre nel fine settimana il il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, del governo Al Sisi, ha tenuto una conferenza stampa con il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, nella prima visita di un capo della diplomazia cairota da nove anni a questa parte. Egitto e Giordania sono gli unici due stati arabi che riconoscono l’esistenza di Israele. E di queste ore è la conferma che Gerusalemme starebbe usando droni contro gli islamisti nel Sinai, con il consenso del Cairo.

 

Un intreccio di triangolazioni variabili. Israele diventa amica della Russia che è amica del siriano Bashar el Assad, di Teheran e di Erdogan, tutti più o meno nemici dello stato ebraico,e Benjamin Netanyahu è volato a Mosca tre volte dall’inizio della campagna russa in Siria. Erdogan diventa amico della Russia, che è amica di Assad – che Ankara vorrebbe vedere rovesciato – e dell’Iran, la potenza sciita che sfida i sunniti nel medio oriente. I russi diventano amici degli israeliani che diventano amici dei loro nemici della Nato. Gli israeliani fanno la pace con i turchi che hanno legami con Hamas a Gaza. Con aperta disapprovazione di Avigdor Lieberman, ministro della Difesa israeliano, e leader del partito Yisrael Beitenu, nato come formazione politica degli israeliani di origine russa.

 

Questa girandola di cambiamenti di campo prende atto di una serie di realtà. La prima è la Siria, dove un accordo non sembra nemmeno all’orizzonte, mentre la sopravvivenza di Assad, grazie ai caccia russi, appare ormai un dato di fatto. La seconda è il terrorismo, e la svolta di Erdogan in particolare sembra dettata dall’ondata di attentati islamisti. I turchi infatti sembrano aver accettato la condizione russa di considerare il fronte al Nusra – il braccio siriano di al Qaeda, principale forza dell’opposizione anti Assad – come “terroristico” (linea sulla quale, secondo indiscrezioni del Washington Post, vorrebbe spostarsi anche Obama, nonostante l’opposizione del Pentagono a un allineamento con la Russia). Inoltre, Erdogan è interessato al gas israeliano, che lo aiuterebbe a svincolarsi dalla dipendenza (più del 60 per cento delle forniture) da Mosca: una cooperazione che Netanyahu avrebbe avuto difficoltà ad aprire se Ankara fosse rimasta ai ferri corti con Putin.

 

Gli analisti israeliani che si interrogano sull’alleanza Netanyahu-Putin arrivano alla conclusione che il premier israeliano sta facendo real politik. Non solo perché gli ebrei russi sono una parte cospicua del suo elettorato, e non solo perché Putin non critica gli insediamenti, come Obama e l’Europa. Ma soprattutto perché preferisce negoziare che guerreggiare. Il filo diretto della Russia con l’Iran e con Assad viene letto come opportunità di contenimento, soprattutto per quanto riguarda Teheran, considerata la minaccia esistenziale strategica allo stato ebraico. La stessa logica si applica alla Turchia: Erdogan potrebbe avere più leve su Hamas. Non è un segreto che il vero obiettivo della politica estera russa in Siria è Washington, e in cambio di un accordo con gli americani Mosca sarebbe probabilmente disposta a scaricare i suoi alleati mediorientali. Il mondo delle grandi alleanze decennali, scelte per affinità ideologiche e strategiche, è finito, sostituito da un sistema di unioni tattiche, dettate dalla congiuntura e dal pragmatismo, senza promesse di fedeltà, con la consapevolezza che il perno americano non è più lo stesso.

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