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Non Podemos

L'effetto Brexit in Spagna premia i partiti di sistema e penalizza i partiti anti sistema. Bene Rajoy, male Podemos, recuperano i socialisti. Grande coalizione, ora, unica soluzione possibile per non tornare al voto.

26 Giugno 2016 alle 22:49

Non Podemos

Il leader di Podemos, Pablo Iglesias. Il suo partito è uscito ridimensionato dal voto di domenica (foto LaPresse)

Per la seconda volta in sei mesi gli spagnoli sono stati chiamati alle urne, e per la seconda volta il Partito popolare (Pp) del premier ora facente funzioni Mariano Rajoy ha ottenuto la vittoria, almeno a giudicare dai primi risultati, ampliando anzi in maniera consistente il suo vantaggio. Ma come era già successo la notte del 20 dicembre, e come ampiamente anticipato dai sondaggi, sembra chiaro che per la seconda volta nessun partito avrà la maggioranza per governare, e che presto si riaprirà il circo dei negoziati.

 

A conteggio ormai completo dei voti scrutinati, il Pp rimane la prima forza in Parlamento con 136 deputati (alle elezioni del 20 dicembre i seggi erano 123). Il Partito socialista (Psoe), avrebbe 86 deputati contro i 90 ottenuti sei mesi fa. Unidos Podemos, la formazione nata dall'unione tra gli antisistema di Podemos e i postcomunisti di Izquierda Unida, che passerebbe da 69 a 71. Crolla invece Ciudadanos, che passerebbe da 40 deputati a 32. Il numero di deputati necessari per ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento è 176.

 

Se il primo fatto evidente è il travaso di voti dal partito centrista di Ciudadanos al Partito popolare, l'elemento notevole è il mantenimento delle rispettive posizioni da parte del Psoe, secondo dietro al Pp, e di Unidos Podemos: da settimane tutti i sondaggi (e gli exit poll subito dopo la chiusura delle urne) davano ormai per certo il "sorpasso", citato in italiano anche dai media spagnoli, da parte della formazione antisistema sui socialisti, e l'inabissamento del guapo leader Psoe, Pedro Sánchez. Se il risultato finale confermerà i primi conteggi, vorrà dire che Sánchez avrà evitato il sorpasso (soprattutto grazie alla mobilitazione degli elettori nelle roccaforti socialista del sud del paese, le uniche che hanno aumentato l'affluenza dei voti rispetto al 20 dicembre) e avrà salvato, almeno per ora, il suo partito e forse anche il suo posto da segretario.

 

Per Podemos, invece, rimanere al terzo posto è una delusione cocente: gli antisistema erano dati da tutti gli analisti come i favoriti in questa tornata elettorale, sembrava che avessero il "momentum" dalla loro parte e che fossero pronti a fare il grande balzo. Ma i conteggi iniziali sembrano confermare quella che ormai sembra una costante delle elezioni nel Vecchio continente: i populisti arrivano sempre tre.

 

Con l'eccezione del cattivo risultato di Ciudadanos il quadro dei seggi alle Cortes rimarrà quasi perfettamente invariato rispetto alle elezioni di sei mesi fa. Come allora, solo una coalizione tra due partiti sembra avere la maggioranza necessaria: quella tra il Pp del premier Mariano Rajoy e il Psoe. Ancora una volta, la palla sembra essere tutta nel campo di Pedro Sánchez, che spostando i suoi voti potrebbe scegliere a chi dare le chiavi del governo.

 

Il rischio, di nuovo, è che se davvero il panorama delle Cortes rimarrà invariato rispetto a sei mesi fa si ripropongano tutte le stesse dinamiche sterili che hanno portato al fallimento dei negoziati l'ultima volta. Come sei mesi fa, il leader di Podemos, Pablo Iglesias, potrebbe iniziare un'ampia manovra di persuasione per convincere i socialisti a dare il via insieme a lui a un "governo del cambiamento", mentre Rajoy chiederà responsabilità per la formazione di un governo di larghe intese che garantisca la governabilità del paese.

 

Rajoy si trova ancora una volta vincitore senza maggioranza, ma questa volta il suo pacchetto di voti sembra più sostanzioso rispetto a sei mesi fa, e questo può essere interpretato come un chiaro segno degli elettori in favore della stabilità e della governabilità che il premier facente funzioni va predicando da mesi.

 

Dopo il fallimento delle scorse elezioni, gli spagnoli hanno mostrato un senso d'urgenza senza precedenti: non sopporteranno ancora una volta l'incapacità dei partiti di trovare un accordo. Lo scetticismo è alto, e il dato dell'affluenza alle urne, ai minimi nella storia della democrazia spagnola, lo dimostra. Rajoy potrebbe fare leva su quest'urgenza per aprire un negoziato con i socialisti e ottenere risultati. (Secondo alcuni analisti, Rajoy potrebbe perfino decidere di farsi da parte, togliendo così dal campo la sua figura controversa, per favorire la governabilità e un esecutivo guidato dal Partito popolare). D'altro canto, l'apparente crollo di Ciudadanos priva il Pp di un possibile partner moderato importante.

 

Il nuovo Parlamento spagnolo si dovrebbe riunire il prossimo 19 luglio e tenere di lì a poco il primo voto di fiducia. Da quel momento, i rappresentanti del popolo spagnolo hanno due mesi di tempo per accordarsi sulla formazione di un governo. In molti parlano di terze elezioni o di una "soluzione Monti", della possibilità cioè che il re Felipe approvi un governo tecnico con i voti dei moderati. Tutte soluzioni che gli spagnoli, abituati alla stabilità del bipolarismo e a governi solidi, farebbero fatica a perdonare.

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